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Recensione Silenzio in sala
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Terzo e ultimo capitolo delle avventure cinematografiche del Mostro della Laguna Nera, Il terrore sul mondo vede la luce nel 1956 per volontà di William Alland, produttore degli Universal Studios, determinato a sfruttare sino in fondo il successo commerciale della saga. Jack Arnold, storico regista delle prime due pellicole, respinse l’incarico di dirigere il nuovo episodio, passando il testimone al suo assistente John Sherwood.

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Voto Silenzio in Sala: 2.5/5
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Il risultato è un’opera che, pur conservando alcuni elementi di attrattiva per gli appassionati del genere, appare nel complesso meno brillante e ispirata dei suoi predecessori.

La trama del film parte dagli eventi narrati nel secondo capitolo: evaso dal parco marino di Ocean Harbor, Gill-Man si rifugia nella regione paludosa delle Everglades, a sud della Florida. Un gruppo di scienziati, guidati dall’ambizioso chirurgo William Barton, si mette sulle tracce dell’essere anfibio e riesce a farlo prigioniero. Rimasto gravemente ustionato nello scontro con l’equipaggio, l’uomo-pesce è sottoposto a una delicata operazione, che gli garantisce la sopravvivenza a costo della perdita delle branchie e delle squame. Ridotto ormai a una creatura di superficie, il mostro diviene più mansueto e gli scienziati lo introducono gradualmente nel mondo degli uomini; la situazione tuttavia precipita quando il dottor Barton, accecato dalla gelosia per la moglie, decide di eliminare un rivale in amore e far ricadere la colpa dell’omicidio su Gill-Man.

Il terrore sul mondo si colloca nel solco delle precedenti pellicole della serie, rispetto alle quali manifesta un duplice profilo di continuità e di discontinuità. Per quanto riguarda l’aspetto della continuità, appare evidente la riproposizione di temi storici della saga, come l’identificazione del mostro con la figura del diverso e la denuncia delle vessazioni da esso subite: braccato senza un attimo di tregua, ferito quasi a morte dalla crudeltà e dalla ferocia dell’invasore umano (autentico “mostro” della vicenda), lo sventurato anfibio subisce un trattamento chirurgico invasivo, che stravolge per sempre la sua natura e gli impedisce il ritorno all’elemento acquatico. Divenuto un esule senza speranza, Gill-Man non può più ricongiungersi con il suo habitat originario né trovare ospitalità presso il mondo civile; vittima al tempo stesso dell’oppressione scientifica e del rifiuto sociale, la creatura procede verso la conclusione straziante della sua parabola cinematografica.

La pellicola muta qui il proprio modello letterario, non più ispirato al racconto de La bella e la bestia e King Kong, quanto piuttosto al Frankenstein di Mary Shelley.

Accanto al mostro, anche il personaggio di Marcia Barton (Leigh Snowden), bersaglio al tempo stesso della gelosia ossessiva del marito e delle ostinate avances del marinaio Jed Grant (Gregg Palmer), rivela le contraddizioni di una società repressiva non solo nei confronti del diverso ma anche del sesso femminile, consegnando un’immagine critica che rimane ancora oggi drammaticamente attuale.

Un altro tema classico della pellicola è quello della contrapposizione tra scienza buona e scienza cattiva, rispettivamente incarnate nel film dal prof. Thomas Morgan (Rex Reason) e dal dott. William Barton (Jeff Morrow).

Barton, ambizioso e privo di scrupoli, non esita a piegare la natura ai propri fini, manipolando l’uomo-pesce come un burattino nelle sue mani; in lui trova espressione l’archetipo dello scienziato pazzo animato dalla hybris, la perversa e sfrenata superbia che spinge l’uomo verso i sentieri della conoscenza più pericolosi e proibiti, destinati a condurlo alla disgrazia. Di converso, la figura di Morgan rappresenta lo scienziato riflessivo e prudente, consapevole delle opportunità come anche dei rischi del progresso, ben disposto a lavorare sulle vie aperte dallo studio della natura senza tuttavia stravolgerne le regole a proprio piacimento. In tal senso il personaggio dell’uomo-pesce diviene il campo di battaglia nel quale si affrontano le due diverse concezioni del sapere scientifico.

Tale considerazione permette di cogliere anche gli elementi che distinguono l’opera dai precedenti capitoli: in primo luogo la pellicola muta il proprio modello letterario, non più ispirato al racconto de La bella e la bestia e King Kong (come nel caso de Il mostro della laguna nera e de La vendetta del mostro), quanto piuttosto al Frankenstein di Mary Shelley. In secondo luogo, la figura di Gill-Man risulta profondamente mutata a causa dell’intervento umano, finendo per vedersi stravolta nei suoi connotati estetici e comportamentali: epurata della sua natura anfibia così come delle forti pulsioni sessuali che l’avevano caratterizzata nei primi due episodi, la creatura si riduce a un triste epigono del mostro di Frankenstein, un freak malinconico e devitalizzato, estinguendo quella forza simbolica ed eversiva che aveva colpito l’immaginario del pubblico e decretato la sua fortuna sul grande schermo.

In conclusione, Il terrore sul mondo è un film modesto, senza dubbio inferiore ai primi due episodi della serie, ma non per questo privo di spunti interessanti: la produzione di John Sherwood e Wiiliam Alland, infatti, attribuisce al personaggio di Gill-Man connotazioni inedite, che per un verso ne arricchiscono lo spessore “umano” e le intenzioni di critica sociale, mentre per altro verso esauriscono le sue sorti cinematografiche. Occorrerà attendere così oltre sessant’anni prima che il Mostro della Laguna faccia il suo ritorno in sala ne La forma dell’acqua di Guillermo del Toro, pellicola che ha riproposto in grande stile la natura prodigiosa e la carica metaforica di questa popolare icona del XX secolo.

di Davide Tecce
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