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I Kill Giants Recensione


I Kill Giants Recensione

Recensione Silenzio in sala
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I Kill Giants non è un film perfetto: ci sono alcune sbavature di trama, un paio di personaggi che risentono dell’effetto-stereotipo e un finale decisamente frettoloso e meno spettacolare di quanto avrebbe potuto (e dovuto) essere. Eppure, nonostante queste piccole increspature, lungo i suoi 110 minuti I Kill Giants rischia seriamente di essere una tra le migliori visioni di quest’anno.

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Voto Silenzio in Sala: 4.0/5
Voto utenti: 3/5

Il motivo? Perché è un film che nasconde un cuore grande, traboccante di sentimenti genuini e sinceri come l’amicizia, il coraggio e soprattutto la paura. Un film che potrebbe tranquillamente fregiarsi del marchio Amblin per quanto riesce a mettersi in scia a quel tipo di produzioni spielberghiane. Mostra un film dall’anima profondamente 80s, senza però ostentarla in ogni inquadratura e senza calcare la mano su citazioni, ammiccamenti, rimandi come moltissime produzioni recenti stanno facendo.

Ma andiamo con ordine. La storia nasce dalla mente di Joe Kelly e viene tradotta in immagini da J.M. Ken Niimura, dando origine a una miniserie di 7 volumi che si è aggiudicata il Best Indy Book dell'IGN nel 2008 ed è stata inserita tra i migliori dieci fumetti del 2009 dalla rivista New York. Nel 2015 viene messo in cantiere l’adattamento cinematografico – Kelly firma di suo pugno la sceneggiatura, trasponendola in maniera ineccepibile – uscito nelle sale americane a inizio anno e arrivato in Italia direttamente in streaming grazie a Netflix lo scorso agosto. Tutto questo panegirico di date serve a chiarire che I Kill Giants nasce ben prima di Sette minuti dopo mezzanotte, romanzo di Patrick Ness con il quale ha non pochi punti in comune (e che la disinformata critica ha citato a sproposito, arrivando a sfiorare la parola “plagio”), il cui adattamento al cinema è arrivato sì prima (nel 2016), ma che è stato pubblicato per la prima volta nel 2012.

La protagonista di I Kill Giants è Barbara, ragazzina introversa e scontrosa, appassionata di Dungeons & Dragons, fantasy e baseball d’annata, che sostiene di proteggere la città in cui vive dall’attacco di giganti.

I giganti non sono solo creature mitologiche fuori misura, ma un gigantesco (appunto!) metafore delle difficoltà che questa ragazza si trova ad affrontare: il bullismo, una situazione familiare allo sfacelo, la mancanza di amici, il mondo immaginario di D&D come unico rifugio da una desolante realtà

Il suo tempo libero infatti lo trascorre disseminando trappole e spargendo rune di protezione nei luoghi che frequenta. Il suo mondo viene scosso quando conosce Sophia, una coetanea appena trasferitasi a Long Island dall’Inghilterra, la quale farà lentamente breccia nel cuore di Barbara e imparerà a conosere il suo strano mondo. Vedendo il film, la prima cosa che viene da pensare è: ma i giganti ci sono veramente oppure è Barbara a essere completamente fuori di testa? E il fatto che la ragazza indossi sempre un cerchietto con lunghe orecchie da coniglio non aiuta...

Perchè è ovvio che i giganti non sono solo creature mitologiche fuori misura, ma gigantesche (appunto!) metafore delle difficoltà che questa ragazza si trova ad affrontare. Il bullismo, una situazione familiare allo sfacelo, la mancanza di amici, il mondo immaginario di D&D come unico rifugio da una desolante realtà, il conflittuale rapporto con la psicologa scolastica Zoe Saldana.

Tutti questi elementi vengono prepotentemente accentuati nel film rispetto alla sua controparte cartacea e ciò non fa altro che alimentare questo dubbio, spingendo la narrazione sull’orlo del baratro, in bilico tra il reale e lo schizofrenico.

Plauso d’onore quindi al regista Anders Walter (qui al suo esordio alla guida di un lungometraggio) che riesce a carpire perfettamente quest’alchimia, portando su pellicola le pagine della graphic-novel e ampliandone i concetti, mettendone in risalto i sentimenti e restituendo così allo spettatore una storia ambigua e pregna di molteplici sfaccettature e chiavi di lettura. Una trasposizione che non ha nulla da invidiare all’opera da cui deriva.

di Marco Filipazzi
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