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Recensione Silenzio in sala
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Il problema di Ant-Man and the Wasp è di essere esattamente il film che ti aspetti di vedere nel momento in cui ti siedi in sala. Mai come in questo caso, nella pellicola numero 20 dell’Universo Cinematografico Marvel, la formula vincente è stata usata alla lettera.

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Gli ingredienti ci sono tutti. Un eroe piacione, comico tanto da rasentare la demenzialità, ma con un cuore enorme, traboccante solo e unicamente di sentimenti positivi – l’amore per la figlia prima di tutto e in questo sequel è svanito anche il vago astio per il nuovo compagno della sua ex-moglie - e ovviamente un fisico scolpito che non mancherà di essere ripreso. Una protagonista femminile - Evangeline Lily non del tutto convincente - che strilla “girl-power” a ogni inquadratura: carismatica, tosta, atletica, intelligente, emancipata, sicura di sé, ma anche così fragile quando si vanno a toccare i ricordi della sua infanzia e il rapporto con la madre. La sola caratteristica che non pare appartenerle è un tocco di femminilità sexy (troppo impegnata a essere badass) e ovviamente mai un centimetro di pelle scoperta. E poi un cast di contorno che copre una vasta gamma di minoranze etniche (tutti simpatici e buffi, attentissimi a non offendere nessuno!): il latino, l’afroamericano, l’asiatico, l’est-europeo. Aggiungiamoci un villain (divertente, così non impressiona troppo i bambini) dalle motivazioni risibili e magari anche un secondo cattivo, che però poi così cattivo non è, che sul finale potrebbe anche redimersi una volta spiegate le sue sofferte motivazioni. Per concludere facciamo che il superpotere dell’eroe (in questo caso la tuta che ne modifica la grandezza) si guasta – cosa originalissima in casa Marvel, vedi l’armatura in Iron Man 3, il Mjöllnir disintegrato in Thor: Ragnarok, la mancata trasformazione di Banner in Hulk – diventando così la base perfetta per un sacco di situazioni comiche.

Dopo che la Marvel ha standardizzato le sue storie e dettato le linee guida per tutti i blockbuster moderni, ora vuole omologare anche gli universi a noi tangenti: microverso, dimensioni astrali, spazio siderale; tutti fluorescenti, coloratissimi e ovviamente divertenti.

E come ultimo tocco ci piazziamo la contestualizzazione Marvel ogni 10 minuti nella prima ora (davvero, ma quante volte dicono che Scott è agli arresti domiciliari per aver aiutato Cap in Captain America: Civil War?), l’inevitabile anello di congiunzione con Avengers: Infinity War, il consueto cameo di Stan Lee, infarciamo di effetti speciali e puliamo qualsiasi inquadratura da sangue e violenza. Tutta, così abbiamo l’effetto che a menarsi sullo schermo siano pupazzetti di gomma senza fisicità (in un film che parla di fisica...).

Ant-Man and the Wasp è questo: un film estivo che funziona, si lascia guardare volentieri, fa fare qualche risata e in un paio di momenti riesce persino a stupire con gli effetti speciali, ma che non ha personalità e si dimentica facilmente. Dopo Avengers: Infinity War sembra che la Marvel abbia fatto parecchi passi indietro, sfornando un cinecomic classicissimo e standardizzato, la cui sceneggiatura avrebbe potuto essere stata scritta almeno 8 anni fa. Alla base non c’è più la spinta creativa del primo film, fortemente voluto e curato da Edgar Wright – che ha atteso 7 anni l’ok della Marvel per poi mollare poche settimane dopo l’inizio delle riprese per “divergenze creative” – bensì è tutta farina del sacco di Payton Reed, regista scelto per sostituire Wright e in seguito riconfermato per il sequel.

E si vede.

Inanzitutto non c’è più l’effetto sorpresa di Ant-Man, supereroe sconosciuto al grande pubblico, per di più con poteri bizzarri, e Reed fa esattamente quello che ci si aspetta: porta avanti una trama lineare, piatta, senza guizzi narrativi o colpi di scena, dove tutto va esattamente come deve andare. Un film girato con il pilota automatico che si preoccupa più di far ridere lo spettatore anziché dargli una reale trama da seguire. Ed è proprio qui che la Marvel palesa le sue carte: del personaggio di Ant Man le importa poco o nulla. Si tratta di un eroe che interessava a Wright, che la produzione ha temporeggiato a includere nel proprio universo e che adesso è quello meno coeso rispetto agli altri.

Anche il doppio filo narrativo non fa altro che evidenziare i difetti del film. Mentre i protagonisti corrono da una parte all’altra di San Francisco per scappare/acchiappare i cattivi, la vera trama che interessa agli studios è quella del salvataggio di Janet Van Dyne (una Michelle Pfeiffer un po’ sottotono) per poter aggiungere un altro personaggio alla scuderia. Le scene ambientate nel microverso sono quelle con il maggiore impatto estetico e forse l’unica trovata visiva originale, anche se in parte richiamano alla mente il multiverso di Doctor Strange e sono saturate di colori fluo alla Guardiani della Galassia. Insomma, dopo che la Marvel ha standardizzato le sue storie e dettato le linee guida per tutti i blockbuster moderni, ora vuole omologare anche gli universi a noi tangenti: microverso, dimensioni astrali, spazio siderale; tutti fluorescenti, coloratissimi e ovviamente divertenti.

di Marco Filipazzi
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