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Recensione Silenzio in sala
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Tutto ebbe inizio nel 2010, con I mercenari - The Expendables e quella clamorosa scena in chiesa in cui Sylvester Stallone e Arnold Schwarzenegger comparivano per la prima volta sullo schermo insieme. 40 anni di carriera, una rivalità ventennale al botteghino e una forte amicizia oltre il cinema...

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eppure queste due icone incontrastate dell’action anni ‘80 e ’90 non avevano mai recitato insieme. Non per mancanza di volontà, più che altro per questioni legate al business e alle mayor. Questo sogno, a lungo covato dai fan per interi decenni, si realizza nel 2013 quando i due recitano insieme non in una singola scena, ma in un intero film sulla cui locandina torreggiano gloriosi entrambi i nomi. Stallone. Schwarzenegger. Escape Plan - Fuga dall'Inferno.

Stallone è Rey Breslin, un uomo che si fa rinchiudere nelle più inespugnabili prigioni del mondo per testarne la sicurezza, evadendo puntualmente. Detenuto in un super-penitenziario noto come “La Tomba” dovrà fare squadra con un altro detenuto (Schwarzenegger) per potersela cavare.

Per più di un’ora di film i due sono relegati a scenein cui parlano, chattano e poi parlano ancora... come se fossero in una commedia romantica.

Inutile negarlo: fosse arrivato vent’anni fa il film sarebbe stato una bomba clamorosa. Anche così però, nonostante i due protagonisti si apprestino a spegnere 70 candeline a testa, riesce a scaldare il cuore, soddisfare le aspettative e appagare il desiderio dei fan di vedere Rambo e Terminator recitare finalmente insieme!

Passano 5 anni e, a sorpresa, senza alcun clamore, esce (schivando le sale e approdando solo sul mercato home-video) Escape Plan 2 - Ritorno all'inferno. Stallone torna a vestire i panni di Rey Breslin, Schwarzy si tira saggiamente indietro e il suo nome sul cartellone viene rimpiazzato da quello di Dave Bautista. La storia ripercorre il solco tracciato dal primo film, ma senza utilizzare come protagonista Stallone (che qui fa un po’ il manovratore esterno, come Vincent D’Onofrio nella precedente pellicola): il vero fulcro della vicenda è Xiaoming Huang, che lavora proprio per Breslin; una sera viene rapito e si risveglia in una prigione futuribile soprannominata Ade, dove non c’è personale umano ma solo robot, le pareti delle celle sono campi magnetici e quando ne ha voglia il direttore fa picchiare tra di loro alcuni prigionieri per il suo mero divertimento.

Il problema di Escape Plan 2 - Ritorno all'inferno, però, non sta né nella premessa, né nella struttura (che per quanto prevedibile si lascia guardare volentieri ed è girata con molto più criterio di altri prodotti simili), ma nel tradire le aspettative dello spettatore come un qualsiasi film dell’Asylum.

Uno di quei prodotti di dubbio gusto dove in locandina viene sbattuto il faccione di Danny Trejo con tanto di nome a caratteri cubitali per farti credere che sia lui il protagonista, mentre invece compare solo per una manciata di minuti. Ecco, qui accade la stessa cosa con Stallone e Bautista.

Per più di un’ora di film i due sono relegati a scene (tra l’altro pretestuose, incollate alla trama principale del film e del tutto superflue) in cui parlano, chattano e poi parlano ancora, come se fossero in una commedia romantica. Il loro potenziale, dettato da fisici fuori scala, viene (minimamente) sfruttato solo in poche scene prossime al finale, il che rende tutta l’operazione di questo sequel ancor più balorda e truffaldina. Peccato. Al momento è stato annunciato un terzo film, Escape Plan 3: Devil’s station, in cui sia Sly che Bautista torneranno. Speriamo solo che la prossima volta venga data ai loro personaggi un po’ più di dignità.

di Marco Filipazzi
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