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BlacKkKlansman Recensione


BlacKkKlansman Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Il maestro Spike Lee – veterano, sperimentatore, avanguardista, apripista nel mescolare i generi – mette in scena con Blackkklansman un film assolutamente spettacolare e di grande classe. Non per nulla la sua sceneggiatura, scritta con David Rabinowitz, Charlie Wachtel e Kevin Willmott, è stata inclusa nella prestigiosa Black List dei migliori script non ancora prodotte.

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Voto Silenzio in Sala: 4.0/5
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Cavalcando il flusso di produzioni artistiche degli ultimi anni, nate in risposta al revival di razzismo che sta dilagando sullo scenario mondiale, Spike Lee ritorna ai temi che più gli sono cari e dei quali è stato uno dei primi portavoce. Significativo che l’ideatore del soggetto di Blackkklansman sia Jordan Peele, il regista di Scappa – Get Out, premio Oscar alla sceneggiatura.

Siamo a Colorado Spring. Spike Lee si muove nella atmosfere dell’America degli anni Settanta, tra musiche originali dei The Temptations e James Brown, e non ha paura di citare i testi sacri della blaxploitation, da Pam Grier a Shaft, portando in scena anche Harry Belafonte. La storia è quella di Ron Stallworth – che nella realtà è il nome dall'ex-detective afroamericano che ha scritto il libro da cui è stato tratto il film – il primo afroamericano ad entrare nel Dipartimento di polizia di Denver dopo la laurea. Ron (John David Washington) freme per essere in prima linea e riesce ad avere come suo primo incarico il compito di infiltrarsi ad un incontro con il leader afroamericano Stokey Carmichael. Qui l’uomo incontrerà la bella Patrice (Laura Harrier), organizzatrice dell'evento e sostenitrice del movimento delle Pantere Nere. La forte motivazione della ragazza, unita alle parole del leader, risveglieranno in Ron consapevolezza e coraggio, facendolo arrivare ad infiltrarsi, in modo arzigogolato e rocambolesco, tra le fila dello stesso Ku Klux Klan.

Lo scopo di Blackkklansman è generare una discussione più che trovare una soluzione all’odio razziale, e il discorso per Spike Lee è prettamente politico.

Non potendo mostrare il suo volto agli organizzatori del clan razzista per antonomasia, si farà prestare le sembianze dal suo collega poliziotto bianco (Adam Driver), il quale, guarda caso, è ebreo. Il film sottolinea così anche l’antisemitismo del clan, non meno violento del suo odio razzista.

La voce telefonica di Ron riesce a conquistarsi la fiducia nientedimeno che di David Duke, presidente nazionale del Ku Klux Klan e suo gran Maestro, interpretato da uno spettacolare cattivo: Topher Grace. Ma il gioco è estremamente pericoloso e i colpi di scena e gli imprevisti sono ad ogni angolo.
Lo scopo di Blackkklansman è generare una discussione più che trovare una soluzione all’odio razziale, e il discorso per Spike Lee è prettamente politico.

Infatti i fili della narrazione anni settanta si riannodano ad immagini contemporanee di repertorio che mostrano in parallelo Trump e il capo del KKK, David Duke. Inoltre viene messo in scena il filmato originale che vede l’assassinio della trentaduenne Heather Hayer, investita da un militante neonazista, mentre manifestava contro i suprematisti bianchi.
Ma forse uno dei momenti più commoventi, di pura bellezza cinematografica di Blackkklansman, è il montaggio parallelo della narrazione del linciaggio, tortura e morte di un ragazzino nero, a opera di una folla inferocita che non ha più nulla di umano in contemporanea a un discorso di incitamento alla supremazia bianca durante un raduno del Ku Klux Klan.

di Emanuela Di Matteo
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