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Recensione Silenzio in sala
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Debra Granik racconta che durante le riprese del suo terzo lungometraggio, la sua attenzione è stata catturata da un adesivo per auto che citava J. R.

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Voto Silenzio in Sala: 3.0/5
Voto utenti: 3/5

R. Tolkien: «Non tutti quelli che vagano si sono persi». Si potrebbe riassumere così il cinema della regista americana, che ama raccontare storie di persone che vivono ai margini e sperimentano nuove ipotesi di esistenza, rivendicando la propria libertà e dignità. Una ragazza (Thomasin McKenzie) e suo padre (Ben Foster) vagano nel grande bosco di Forest Park, alle soglie di Portland, in Oregon. L'adolescente è in ottima salute, intelligente e istruita più della media dei suoi coetanei, ma lei e il genitore vivono da vari anni fra i boschi. Quando per caso verranno scoperti, la separazione sarà inevitabile e la ragazza verrà affidata ai servizi sociali. Almeno fino alla successiva fuga, molto più estrema e disperata della prima.

La macchina da presa fa che sia la bellezza del paesaggio a parlare, in una storia permeata di mistero che lascia molti interrogativi irrisolti.



La macchina da presa fa che sia la bellezza del paesaggio a parlare, in una storia permeata di mistero che lascia molti interrogativi irrisolti. D'altra parte la leggenda di un padre e di una figlia che scelgono, pur in modo sofferto e tormentato, di vivere in un altro modo rispetto al resto del mondo, non è affatto inventata. Realmente, una ragazza e suo padre vennero trovati nella riserva naturale che costeggia la città dopo aver vissuto lì per quattro anni. Andavano a Portland solo per ritirare la pensione del padre e acquistare ciò che non riuscivano a coltivare o costruire da soli.

Lo scrittore Peter Rock ne ha fatto un romanzo, My Abandonment, e la regista Debra Granik un film. La sceneggiatura è adattata dalla stessa Granik dal romanzo originale, assieme ad Anne Rossellini, già nominata agli Oscar.

Per capire come vivono le persone nei boschi, in modo completamente autonomo, la regista ha richiesto l'accurata consulenza della dottoressa Nicole Apelian, una nativa di Portland che ha studiato in Botswana e che ha imparato le sue abilità di sopravvivenza lavorando con la popolazione San del Sudafrica. Il tema di un padre che decide di crescere i suoi figli in modo completamente alternativo e diverso rispetto ai dettami della società contemporanea era già stato affrontato in Captain Fantastic di Matt Ross. In quel caso, Viggo Mortensen portava i suoi sei pargoli nelle profonde foreste del Pacifico nord-occidentale, ma arrivava, inevitabilmente, il giorno in cui era costretto a fare i conti con il mondo reale. Il sistema di vita americano, occidentale in genere, presenta molti problemi irrisolti nel campo dell'educazione, sociale e relazionale: il cinema prova, se non a dare delle risposte, a porre degli interrogativi, e soprattutto a immaginare - plausibile, lecita e dignitosa - la ricerca di un'alternativa a un sistema che non funziona più e che non rende le persone felici.

di Emanuela Di Matteo
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