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Recensione Silenzio in sala
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Nonostante l’apertissimo finale di Halloween 5 – La vendetta di Michael Myers lasciasse presagire un inevitabile seguito, sono dovuti trascorrere 6 anni prima che questo arrivasse in sala. Quando lo fa è il 1995, pochi mesi prima che Wes Craven cambi per sempre le coordinate del genere slasher con il suo Scream, che è sì un film del filone, ma ne è anche un omaggio, una parodia e una canonizzazone.

Gli anni ’80 sono ormai alle spalle e i gusti del pubblico erano mutati rapidamente.

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Voto Silenzio in Sala: 3.0/5
Voto utenti: 3/5

Le saghe di Venerdì 13 e Nightmare sono già belle che defunte con l’inizio della nuova decade (Nightmare – Nuovo incubo è del 1994, ma il fatto che alla base ci sia un discorso meta-cinematografico rafforza solo l’idea che lo slasher classico non avesse più nulla da dire e lo rende ideale epitaffio dei questo genere ) ma quella di Myers, che dopo il primo profetico capitolo è sempre stata in ritardo sui tempi, pare ancora lungi dal volersi arrendere. Halloween 6 - La maledizione di Michael Myers arriva così nei cinema fuori tempo massimo, tradendo persino la propria tradizione di approdare sugli schermi a fine ottobre, anticipando l'uscita di un mese.

La storia si ricollega in modo fluido e naturale al finale del precedente capitolo (la continuità è sempre stato un punto forte di Halloween, molto più coerente rispetto alle altre saghe) quando Michael viene liberato dalla sua prigione da un misterioso figuro incappucciato. Si tratta del capo di una setta che si fa chiamare il Culto della Spina, che intende sfruttare Myers per i propri scopi. Hanno infatti rapito anche Jamie, ora quindicenne e incinta proprio del mostruoso zio, e il nascituro è bramato dalla setta per per i propri, malefici scopi.

Per essere il quinto sequel il film può contare su diversi punti di forza, alcuni dei quali per nulla banali. Innanzitutto la sceneggiatura, che su un canovaccio orami arcinoto e usurato prova a innestare qualche idea che, sebbene strampalata, porta una ventata d’aria fresca in un genere ormai stagnante. La setta che manovra Michael, il figlio incestuoso e soprattutto l’approfondimento della mitologia che sta alle spalle del killer protagonista (ci viene spiegato il motivo per cui è immortale in una scena che, sebbene abbastanza frettolosa, eleva comunque il film sopra la media dei capitoli precedenti) riescono a mantenere viva l’attenzione dello spettatore.

Un altro punto di forza è la regia.

La tensione raggiunge buoni livelli, soprattutto nella parte finale del film, quando i protagonisti scappano lungo tentacolari corridoi sotterranei, illuminati da una luce rossa, inseguiti dal passo inesorabile di Michael Myers.

Sebbene sia affidata a Joe Chappelle, ennesimo sconosciuto poi naufragato a dirigere svariati episodi di altrettante serie tv, riserva diverse sequenze degne di nota. Il tasso dello splatter, caratteristica per cui la saga è sempre rimasta parecchio anonima, qui viene spinto come mai prima d’ora: ci sono teste che esplodono, gole tagliate, persone inforcate, il tutto senza lesinare troppo sui dettagli sanguinosi. Il massacro nella sala operatoria è diventato in seguito una delle scene cult dell’intera saga.

Anche la tensione raggiunge buoni livelli, soprattutto nella parte finale del film, quando i protagonisti scappano lungo tentacolari corridoi sotterranei, illuminati da una luce rossa, inseguiti dal passo inesorabile di Michael Myers. Insomma, a sorpresa questo Halloween 6 - La maledizione di Michael Myers riesce a essere un sequel di gran lunga più interessante dei suoi predecessori, non ultimo anche per il fatto che nel cast compare per l’ultima volta Donald Pleasence nei panni dello storico dottor Loomis (morirà pochi mesi dopo la fine delle riprese per una complicazione cardiaca) e fa il suo debutto sul grande schermo Paul Rudd, futuro Ant-Man dell’universo Marvel.

di Marco Filipazzi
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