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In guerra Recensione


In guerra Recensione

Recensione Silenzio in sala
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La nuova opera del cineasta francese Stéphane Brizé, In guerra, è un film politico nell’accezione etimologica del termine: prende in esame due visioni contrapposte, quella dei lavoratori e quella dei padroni, e considera da un lato la dimensione umana e, dall’altro, quella dei mercati e degli azionisti. Presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes, In guerra è la storia di una lotta.

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Quella che intraprendono gli operai della Perrin Industries nel momento in cui, nonostante l’accordo raggiunto due anni prima, che prevedeva l’aumento dell’orario di lavoro e una decurtazione sostanziale del salario, si vedono comunicare dai vertici aziendali la decisione di chiudere lo stabilimento e il licenziamento di 1100 dipendenti, rendendo, di fatto, carta straccia gli accordi precedentemente stipulati. Il vero motivo della chiusura dello stabilimento è il solito: la delocalizzazione verso paesi dove la manodopera costa molto meno che in Francia favorendo, di conseguenza, l’aumento dei dividendi degli azionisti.

Guidati da Laurent Amédéo, il loro portavoce sindacale, i dipendenti della fabbrica iniziano una lotta che durerà parecchie settimane e che avrà conseguenze drammatiche. Lo sciopero a oltranza porterà a uno scontro durissimo fra i lavoratori e i vertici aziendali e, come spesso accade, a profonde e insanabili fratture all’interno del fronte, dapprima unito, degli operai che si divideranno fra coloro che vorrebbero accettare l’assegno di buona uscita proposto dalla dirigenza a fronte del licenziamento e chi, come Laurent, che capisce l’importanza di salvaguardare il proprio posto di lavoro in una visione futura più a lungo periodo.

Stéphane Brizé torna su temi già sviluppati nel suo precedente La legge del mercato. E lo fa con un’opera assai realistica e credibile, inframmezzando le scene del film con altre realizzate come servizi del telegiornale. Molte scene, soprattutto quelle in cui lo scontro si fa più aspro, sono girate con la camera a mano, che si sofferma spesso sui volti dei protagonisti. La macchina da presa permette a chi guarda di non sentirsi solo spettatore ma di immedesimarsi al punto da essere parte della scena, di entrare nei cortei o intorno ai tavoli di contrattazione, di sentirsi egli stesso oggetto delle cariche della polizia.

La forza del film di Stéphane Brizé risiede negli argomenti trattati, ma anche nella sua realizzazione e nella sceneggiatura, opera dello stesso regista e di Olivier Gorce.

In guerra, che non è difficile paragonare ai film di Ken Loach o di Laurent Cantet, trasuda rabbia, dolore, impotenza di fronte alla ostilità dei vertici aziendali. Ci trasmette l’angoscia di chi vede il proprio futuro distrutto dagli interessi economici. Ci fa schierare e ci fa comprendere come la disgrazia delle classi lavoratrici sia l’incapacità, spesso, di restare uniti, col rischio di soccombere. Perché “gli altri”, come dice Laurent Amédéo (uno strepitoso Vincent Lindon), litigano, urlano fra di loro ma poi, alla fine, fanno fronte unito per salvaguardare i propri interessi.

In guerra è un film bellissimo che parla di argomenti per niente eccezionali.

Perché, come dice lo stesso regista, se la storia narrata fosse eccezionale, il film sarebbe «una manipolazione della realtà e invece non lo è. È una situazione talmente frequente che ne sentiamo parlare ogni giorno nei notiziari ma senza veramente comprenderne la posta in gioco e i meccanismi in atto».

Con la realizzazione di questo film Brizé ha voluto evidenziare le dinamiche che si vengono a creare durante una lotta, nonché i meccanismi perversi derivanti da una legge che, se da un lato obbliga un’azienda che chiude a essere messa sul mercato, dall’altro permette al proprietario di non vendere. Privando di fatto i lavoratori della possibilità di vittoria. Allora, di fronte a ciò scatta la violenza, con conseguenze spesso tragiche. Una violenza che non giunge mai per caso, senza motivo. Ma si scatena perché prima di arrivare a essa c’è un percorso che porta, più o meno velocemente, all’esasperazione, derivante dall’impotenza dei lavoratori, i più deboli fra i contendenti.

La forza del film di Stéphane Brizé risiede negli argomenti trattati, ma anche nella sua realizzazione e nella sceneggiatura, opera dello stesso regista e di Olivier Gorce. Ma soprattutto sta nella bravura degli attori. A cominciare da Lindon, qui al quarto film con Brizé, per proseguire con tutti gli altri, molti dei quali non professionisti che, con una capacità espressiva notevole, riescono a rendere assai realistiche tutte le scene. Alla fine si uscirà dal cinema con l'animo pesante per la vicenda degli operai della Perrin Industries ma anche felici per aver visto un gran bel film.

di Marcello Perucca
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