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Tre volti Recensione


Tre volti Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Con il film Tre volti il regista iraniano Jafar Panahi realizza, ancora una volta, un piccolo miracolo. Presentato a Cannes 2018, dove ha ottenuto il premio per la miglior sceneggiatura è, come ormai da tempo gli accade, un’opera a budget ridottissimo, realizzata con pochi mezzi e, soprattutto, ancora una volta illegalmente a causa della condanna che obbliga il regista a non lasciare il paese e a non dirigere film o scrivere sceneggiature per vent’anni.

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Divieti, questi ultimi, regolarmente infranti da Panahi che, in ogni caso viene tollerato dalle autorità.

Regista estremamente scomodo al governo iraniano per il contenuto dei suoi film, Panahi è riuscito, col tempo, a modificare il modo di fare cinema, adattandosi alle condizioni di limitazione della propria libertà. Ecco quindi vedere la luce film quali This Is not a Film, Closed Curtain, Taxi Teheran e, adesso, Tre volti. In tutti, quello che si evidenzia è l’essenzialità della struttura scenica, spesso circoscritta in spazi chiusi quali, ad esempio, l’abitacolo di un automobile, come nel caso di Taxi Teheran e, in parte, anche di Tre volti.

Lo spunto di partenza al film è dato da un video realizzato con il cellulare da Marziyeh, una adolescente che vive in un paesino sperduto dell’Iran settentrionale ai confini con la Turchia, e che la ragazza spedisce tramite un social network a Benhaz Jafari, attrice molto famosa in Iran e conosciuta anche in Occidente (era fra i protagonisti di Lavagne di Samira Makhmalbaf). Nel video si vede Marziyeh, disperata per il rifiuto da parte della famiglia di concederle il permesso di andare a studiare recitazione a Teheran, accusare ripetutamente Benhaz Jafari per non aver mai risposto ai suoi messaggi di aiuto affinché potesse intervenire intercedendo presso i genitori. Poi, improvvisamente, nel video si vede la ragazza togliersi la vita. Una scena agghiacciante che colpisce in maniera profonda Benhaz Jafari. L’attrice, sconvolta ma, allo stesso tempo, dubbiosa circa la veridicità del video, parte in macchina alla volta del paese di Marziyeh per cercare di scoprire cosa realmente sia successo alla giovane: la accompagna, facendole da autista, lo stesso Jafar Panahi.

Un film prezioso, importante tassello di quel movimento cinematografico che viene comunemente definito la New Wave iraniana.

I due verranno a contatto con una società chiusa, patriarcale, che non ammette che una donna possa emanciparsi.

Tre volti è un film politico, attraverso il quale il regista lancia accuse contro il governo iraniano, colpevole in questo caso di penalizzare le donne (tema ricorrente nei film del regista, basti ricordare Offside, ultimo suo film prima dell’arresto, nel quale si stigmatizzava come alle donne fosse impedito di assistere allo stadio a una partita di calcio, sport popolarissimo in Iran) e di costringere la società iraniana a vivere in una sorta di Medioevo moderno. I volti del titolo sono quelli che rappresentano tre epoche differenti della storia di questo paese, tre generazioni di attrici, che rappresentano il passato, il presente e il futuro: l’attrice affermata, diva televisiva e famosa anche al di fuori del paese; l’aspirante attrice impossibilitata a esprimere la propria personalità e l’attrice famosa prima della rivoluzione del 1979 e ora costretta dal regime a non recitare più e a vivere emarginata in una casetta alla periferia del paese (nel film verrà sempre solo citata o inquadrata di spalle o vista con giochi di ombre cinesi).

Jafar Panahi, che in gioventù era stato assistente di Abbas Kiarostami, realizza un film nel quale spesso si percepiscono echi dei film del suo maestro quali, ad esempio, Dov’è la casa del mio amico, Sotto gli ulivi o Il sapore della ciliegia. Ne sono testimonianza i paesaggi aridi nei quali domina il marrone, o l’immagine di una strada stretta e tortuosa che i protagonisti devono percorrere, metafora delle difficoltà che incontrano le persone a vivere e crescere in un paese dalle forti limitazioni personali.

Infatti, sotto questo punto di vista, tutto il film è una metafora sulla reclusione (quella di Panahi, ma anche quella culturale al quale il paese intero è costretto).

Tre volti è un film dove si portano all’attenzione dello spettatore le molte contraddizione dell’Iran di oggi. Certo, sconta un po’ la condizione di grave impedimento del regista – anche se in maniera minore rispetto alle pellicole citate in precedenza – ma resta comunque un film prezioso, importante tassello di quel movimento cinematografico che viene comunemente definito la New Wave iraniana.

di Marcello Perucca
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