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Ride Recensione


Ride Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Valerio Mastandrea esordisce alla regia di un lungometraggio: l'unico film italiano in concorso alla 36ª edizione del Torino Film Festival. Un’opera intensa, sia per il tema trattato - un lutto dovuto a una morte sul lavoro - sia per come questo argomento, così tragico, viene sviscerato.

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Voto Silenzio in Sala: 3.5/5
Voto utenti: 3/5

Mastandrea, che già nel 2005 aveva realizzato sullo stesso argomento Trevirgolaottantasette, un cortometraggio con Elio Germano, Jasmine Trinca e Marco Giallini, riesce a coniugare i toni della commedia con altri ben più drammatici, mantenendo sempre il giusto equilibrio fra gli uni e gli altri.

Carolina (Chiara Martegiani) e suo figlio Bruno di dieci anni (Arturo Marchetti) hanno appena perso Mauro, rispettivamente marito e padre, operaio in una fabbrica di Nettuno, sul litorale laziale. Nella casa si contano le ore che li separano dal funerale. Entrambi si preparano, a modo proprio, a onorare l’uomo, come tutta la comunità si aspetta che accada. E, come si addice a un evento simile, Carolina dovrà apparire come la vedova inconsolabile, che dà sfogo con il pianto a tutto il suo dolore. Eppure per Carolina non è così. Nonostante la sofferenza e l’incredulità per la perdita improvvisa del marito sia enorme, per quanto lei si sforzi non riesce a far sgorgare dai suoi occhi le lacrime. Anche provando ad ascoltare la loro canzone, anche guardando le fotografie che ritraggono il marito in momenti felici, la reazione che le viene spontanea è quella di lasciarsi andare al riso.

Il film è dedicato “A chi resta”, giusto omaggio a chi continua tutti i giorni a lottare, ridere e soffrire. Perché si sa, il dolore e la gioia appartengono ai vivi.

Per contro gli altri protagonisti affrontano ognuno alla propria maniera il lutto. Come, ad esempio, fa Cesare, il padre di Mauro (interpretato da un bravissimo Renato Carpentieri), anch’egli nel passato operaio della fabbrica dove ha trovato la morte il figlio, che si richiude in se stesso, quasi a vergognarsi di aver in qualche modo provocato quella morte, avendo spinto il figlio a seguire le sue orme. O come fa Nicola (Stefano Dionisi), fratello di Mauro, pieno di rabbia e rancore nei confronti del padre.

Il film, che dalla prima stesura della sceneggiatura scritta da Mastandrea e da Enrico Audenino, avrebbe dovuto indurre maggiormente al riso, risulta invece piuttosto sobrio, nonostante non manchi qualche scena surreale. Valerio Mastandrea ha il coraggio di affrontare un argomento importante e difficile come quello delle morti bianche alle quali, ormai, siamo assuefatti, così come afferma lo stesso regista paragonandole a quelle delle morti per fame in Africa.

Allo stesso tempo Mastandrea riesce a smontare ciò che potremmo chiamare la retorica del dolore, che imporrebbe a Carolina un comportamento più adeguato alle circostanze, in un mondo dove è sempre più difficile entrare in contatto con la naturalezza delle proprie emozioni e in una società che impedisce di stare da soli col proprio dolore. Perché Carolina soffre, nella maniera che meglio le si addice, chiusa dentro la sua felpa e le pantofole ai piedi. È il suo sguardo triste e, allo stesso tempo, attonito per tutto ciò che le ruota intorno, a comunicarcelo.

Con questo esordio, Mastandrea ha centrato ciò che si era prefissato e fissato un tassello importante su un tema, quello delle morti bianche, sul quale sarebbe opportuno mantenere sempre alto il livello dell’attenzione. Il film è dedicato “A chi resta”, giusto omaggio a chi continua tutti i giorni a lottare, ridere e soffrire. Perché si sa, il dolore e la gioia appartengono ai vivi.

di Marcello Perucca
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