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Recensione Silenzio in sala
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C’è un grosso errore di fondo in un film come Il vizio della speranza: un errore tipicamente nostrano, che l’industria cinematografica italiana ha commesso, perpetrato e, perché no, forse addirittura spronato per anni con il solo risultato di autoaffossarsi. Una sorta d’istinto suicida.

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Voto Silenzio in Sala: 2.0/5
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Questo nostro peccato è la supponenza: per anni abbiamo prodotto film "alti", dall’impronta palesemente autorale, destinati non alle masse ma a una ristretta fetta di pubblico interessato. E, soprattutto, alla critica. Questi film cercano l’applauso, il premio e i loro autori ambiscono quasi esclusivamente a ricevere plausi e pacche sulle spalle. A scanso di equivoci chiariamo che non c’è nulla di male in questo e i cosiddetti “film d’autore” non sono necessariamente un male, anzi, ma lo diventano nel momento in cui ristagnano nei salotti dei critici a cui sono destinati, senza curarsi del resto dell’industria. Meno tollerabile, invece, è la supponenza che hanno spesso gli autori di questo genere di film. Durante l’incontro con il pubblico, il regista de Il vizio della speranza (anche autore della sceneggiatura e dell’omonimo romanzo edito da Mondadori) Edoardo De Angelis ha dichiarato: «Quando frequentavo il Centro Sperimentale definivamo “film della wualla” quelle pellicole che avevano almeno 20 minuti di silenzio, la camera fissa per intere scene, inquadrature della nuca dei personaggi per almeno una manciata di minuti... film che faticavi a finir di vedere perché erano più concentrati sull’estetica che su azione e sentimenti».

Se Il vizio della speranza fosse stato un post-apocalittico avrebbe avuto tutto il potenziale per essere una sorta di versione italiana de I figli degli uomini di Cuaron.

In una parola, i film d’autore. I film che lo stesso De Angelis realizza, anche se non utilizza necessariamente gli estremismi estetici sopra citati.

Il vizio della speranza è la storia di Maria (una bravissima Pina Turco, vincitrice al Festival di Tokio come miglior attrice) ragazza al soldo di un’anziana donna della malavita locale che sfrutta prostitute straniere per maternità surrogate e adozioni illegali. Un traffico di esseri umani che la protagonista subirà in prima persona quando scopre di essere incinta e decide di portare a termine la gravidanza, aggrappandosi alla speranza di donare a suo figlio una vita migliore.

L’urbex (abbreviazione di urban exploration) consiste nell’esplorazione di strutture costruite dall'uomo che giacciono in stato di abbandono o sfacelo, luoghi fatiscenti e spesso nascosti. Dal punto di vista scenografico il film si muove totalmente in quest’ambito, tra montagne di rifiuti, baracche, case fatiscenti, ambienti in sfacelo, al punto da sembrare un film post-apocalittico ambientato in un futuro recente ma mai specificato, alla Black Mirror.

La sensazione di tale desolazione è ampliata da un cielo perennemente plumbeo, che vomita a terra pioggia torrenziale o neve rarefatta, proprio come se fosse un inverno nucleare.

Una scelta estetica ineccepibile, che però cozza fortemente con le intenzioni autoriali di De Angelis – per essere pignoli, la neve a fine aprile in provincia di Caserta è davvero poco plausibile – e rivela tutta l’ipocrisia della critica. Il regista ritrae un non-luogo molto preciso della nostra penisola, andando a raccontare una storia di confine, che parla di persone ai margini (se non escluse) della società, un po’ come ha fatto Gomorra – La serie. Il prodotto di Sky però è stato da subito attaccato perché ritraeva uno spaccato dell’Italia (di Napoli in particolare) violento, borderline, che non faceva che amplificare lo stereotipo che all’estero hanno di noi.

Edoardo De Angelis fa la stessa, identica cosa, raccontando un mondo molto simile che la stessa critica accosta proprio a Gomorra – La serie, ma senza scagliarsi contro questo "ritratto distorto", senza affermare che "l’Italia non è così". Anzi, a fine proiezione sono seguiti un paio di minuti di applausi, giusto per rafforzare l’ipocrisia. Condisce il tutto una serie di simbolismi religiosi e non (il nome della protagonista, il ruolo del fiume e dell’acqua in generale) alla lunga un po’ stucchevoli. La storia è forte, la realizzazione troppo ruffiana e concentrata a dimostrare autorialità. Peccato, perché se Il vizio della speranza fosse stato un post-apocalittico avrebbe avuto tutto il potenziale per essere una sorta di versione italiana de I figli degli uomini di Alfonso Cuaron.

di Marco Filipazzi
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