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True Detective Recensione stagione 1


True Detective Recensione stagione 1

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La prima stagione (autoconclusiva) di True Detective merita un posto speciale nella storia dell’evoluzione delle serie televisive, dove interpretazione, tematiche e narrazione surclassano la maggior parte delle produzioni cinematografiche degli ultimi anni e non solo. True Detective dimostra come il pubblico delle serie sia particolarmente recettivo e ben disposto ad approcciare le novità, allontandolo dalla consuetudine televisiva che lo relega a semplice fidelizzato, noncurante della qualità ma ansioso di un'altra puntata dove rivedere i suoi protagonisti preferiti. Difficile iniziare a guardare True Detective senza rendersi conto delle sue peculiari qualità. Ma più diffcile ancora potrebbe essere aspettarsi che una serie come questa possa avere conquistato, in così poco tempo, un successo così marcato. La casa di produzione HBO (la stessa che può vantare grandi successi, molto diversi tra loro come Six Feet Under, Il trono di spade, tra le altre) ha dimostrato la solita lungimiranza credendo nella serie creata da Nic Pizzolatto. Con una media superiore agli 11 milioni di spettatori a puntata nella prima messa in onda, infatti, True Detective rappresenta il record di ascolti del canale per una serie al suo debutto.

Di origine italiana, il romanziere (e sceneggiatore, insegnante, produttore) statunitense ha ideato, scritto e sceneggiato ognuno degli otto episodi della prima stagione, affidando la direzione a Cary Fukunaga. La serie ha vinto moltissimi premi nel 2014 (anno di debutto) tra cui Miglior nuova serie televisiva, Miglior regia. Matthew McConaughey e Woody Harrelson hanno invece ricevuto diverse nomination come Migliori attori in una serie televisiva per le loro straordinarie interpretazioni. Il perché stupirsi di un successo così immediato va ricercato nel “come”. L’utilizzo della parola “true” prima di detective dovrebbe già dare un idea di quello che ci si può aspettare: una serie che tratta il soggetto investigativo cercando di mostrarlo per quello che dovrebbe essere realmente. Un lavoro duro, che mette chi lo fa faccia a faccia con i lati peggiori dell’essere umano. E così è.

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Il pilot
La serie è ambientata in Louisiana e le vicende si svolgono tra il 1995 e il 2012. Chilometri di strade attraversono paludi, campagne e sporadiche case di legno, con le riprese dall’alto che donano agli immensi spazi un accentuato (e ricercato) senso di desolazione. I detective Martin Eric (Woody Harrelson) e Rustin Spencer Cohle (Matthew McConaughey) si stanno dirigendo verso l’usuale luogo del delitto, dove trovano però qualcosa che non si era mai visto in un posto relativamente tranquillo come quello in cui abitano e lavorano. In aperta campagna, sotto un albero, è stato rinvenuto il cadavere di una giovane donna, evidentemente vittima di violenze. Le particolarità sono da ricercasi nella posizione in cui viene trovata, e i moltissimi oggetti e segni di esoterismo applicati sulla stessa. La polizia del posto appare impreparata nel dover analizzare una situazione come questa; più a suo agio sembra essere “Rust”, trasferitosi nel distretto della Louisiana da poco tempo, dimostrando da subito di avere forti doti analitiche e di intuito a dispetto di un carattere che lo porterà ad avere un solo (quasi) amico nel suo nuovo posto di lavoro, il partner “Marty”. Inizia così un viaggio alla ricerca di una verità che si nasconde in una contea che sembra perfetta per accogliere e custodire i peccati di chi ha deciso di sfruttare le sue strade poco battute, gli ambienti rurali, la povertà e l’ignoranza per dare sfogo alle sue pulsioni, e che porterà i due detective a confrontarsi con temi come persone scomparse e sul più terribile e incomprensibile dei crimini, quello teso a colpire l’innocenza.

Senza bisogno di alzare il volume della colonna sonora, senza applausi e riconoscimenti da piazza, il significato della lotta di un uomo contro quelli che si ostinano a non voler guardare acquisisce ancora maggiore risalto: la fine appare in questo modo più amara, ma anche più vera, e per questo in grado di toccare corde più profonde.

Episodi
Di pari passo con l’indagine si sviluppa l’approfondimento dei personaggi: Marty e Rust sono la coppia meno affiatata che si sia mai vista in una serie, con il primo che divide il lavoro con le sue vicende familiari e di coppia (a cui viene dato diverso spazio nella serie avvalendosi dell’ottima interpretazione di Michelle Monaghan), e il secondo, con un passato troppo lungo nella narcotici come infiltrato e nessuna voglia di essere compiacente con i colleghi. I dialoghi di True Detective sono assolutamente ispirati e sapientemente scritti: è Rust a spostare l’asticella sempre verso l’alto, le sue parole scorrono precise e voluttuose nel raccontare la “sua” verità. Una verità che Marty, molto vicino alla rappresentazione dell’americano medio, non comprende e che anzi rifugge con riluttanza, nonostante sia l’unico nel distretto a riconoscere il talento di Rust e a difenderlo davanti ai superiori. Non potendo contare sulla simpatia, l’unico motivo per cui Rust non viene cacciato dal distretto sono gli straordinari risultati che raggiunge, soprattutto negli interrogatori. Marty invece risulta ben inserito nel contesto lavorativo e sembra avere buone possibilità di carriera. Anche lui però appare vittima del suo lavoro e di quello che è costretto a vedere, a cui si aggiunge la difficoltà di stabilire un rapporto che non sia solo di facciata con la sua famiglia.

Dove
Terza protagonista della serie è l’ambientazione. Assistiamo a un nuovo concetto di campo lungo, con le riprese che racchiudono spazi che risultano ampissimi, pur restituendo un senso di chiusura tangibile. La fotografia è sempre ben attenta a restituire colori naturali, in controtendenza alla saturazione estrema a cui siamo abituati ultimamente, mentre la regia non ha paura di soffermarsi sui partciolari e di rallentare, prendendosi il tempo e lo spazio necessari a raccontare quello che le parole stanno tralasciando. La Lousiana si rivela un ambientazione perfetta per gli argomenti trattati. Le arterie stradali si diramano su pianure vastissime circondate da acqua e paludi, gli abitanti di quelle campagne appaiono consumati mentre sulle autostrade campeggiano cartelli con foto di persone scomparse. Fin dal primo episodio regista e autore fanno largo uso delle immagini in combinazione con dialoghi dal forte impatto sia di forma che di concetto, in un intreccio quasi perfetto che riesce a calare lo spettatore nella vita dei due protagonisti e nei drammi degli uomini toccati dalle vicende narrate. Una nota: anche il doppiaggio italiano è tra i migliori in circolazione, con Adriano Giannini e Pino Insegno che prestano le voci rispettivamente a Matthew McConaughey e Woody Harrelson.

Momenti cult

- I titoli di testa di True Detective sono già un cult;
- Il pilot: il ritrovamento del cadavere di Dora Lange;
- I dialoghi (in auto) tra Rust e Marty;
- L'apparizione di Reggie Ledoux, alla fine del terzo episodio;
- Il quarto episodio e il famoso piano sequenza di sei minuti.
- La lite tra Rust e Marty, nella 1x06.

Come
A colpire e a distinguere questa serie è il modo in cui le vicende vengono raccontate e portate avanti. Probabilmente a causa degli argomenti trattati quasi tutti i personaggi coinvolti non vedono l’ora di poter dire che è finita, che tutto è stato risolto, che quel male non esiste, che non possa esistere. Ben sottolineato nella serie è la differenza tra chi sceglie che, per poter vivere, non si possa mai guardare la verità nel suo insieme, chi sceglie di tenenere un solo occhio aperto, e chi invece sembra diposto a tutto pur di arrivare “alla fine”, alla radice del problema o presunto tale. Rust appartiene sicuramente a quest’ultima categoria: più volte nel corso delle indagini si trova nella spiacevole situazione di dovere convincere gli altri e, nonostante le valide teorie, a lui vengono sempre chieste prove ed argomentazioni più convincenti. A guidarlo è un forte e personale codice morale che, anche (soprattutto?) a causa del suo passato, sembra costringerlo ad andare fino in fondo. Marty intuisce l’importanza della sua tenacia e pur avendo sempre bisogno di prove tangibili per seguirlo ed andare avanti, si dimostra fondamentale nelle indagini riuscendo sempre a riscattarsi agli occhi dello spettatore. Se alcuni passaggi potevano essere maggiormente spiegati (il desiderio di carpire ogni dettaglio vi invoglierà a rivedere la serie) le ultime due puntate rappresentato un nuovo modo di intendere i consueti cliffangher seriali. Senza bisogno di alzare il volume della colonna sonora, senza applausi e riconoscimenti da piazza, il significato della lotta di un uomo contro quelli che si ostinano a non voler guardare l’insieme delle cose acquisisce ancora maggiore risalto in quanto la fine appare in questo modo sì più amara, ma anche più vera e per questo in grado di toccare corde più profonde. Che hanno a che fare con il vissuto di ognuno. Anche se i talenti in campo sono di spessore diverso, è bene sottolineare come due Rust o due Marty non sarebbero arrivati a niente. Solo insieme, così come l’autore e il regista, le immagini e le parole, le note e i personaggi, riescono a dare vita a qualcosa di indimenticabile e utile, che varrà certamente la pena di ricordare nel tempo.

di Giuliano Concas
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Commenti

Nome | 3:15 01/01/19

La più bella serie che abbia mai visto. McCounaghey fantastico!

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