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Recensione Silenzio in sala
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Cosa può spingere ragazzi nati e cresciuti in Norvegia e poco più che diciottenni ad abbandonare tutto per combattere in Siria nelle file dello Stato Islamico? Come avviene la conversione all’islamismo estremo? Chi sono le persone che reclutano i membri per organizzazioni terroristiche come l’ISIS?

Il giornalista Adel Khan Farooq e il documentarista Ulrik Imtiaz Rolfsen provano a rispondere a tali quesiti con il documentario investigativo Recruiting for Jihad, che indaga su un ristretto ma agguerrito gruppo di fondamentalisti islamici attivo tra Norvegia, Svezia e Inghilterra. Per tre anni i due registi hanno avuto libero accesso alla vita e all’attività dell’estremista islamico norvegese Ubaydullah Hussain.

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Voto Silenzio in Sala: 3.0/5
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Senza l’utilizzo di alcun filtro tra lo spettatore e le vicende rappresentate, il film si propone come un viaggio nell’ideologia jihadista, una riflessione inedita su un fenomeno ancora poco analizzato. La macchina da presa accompagna il protagonista mentre fa propaganda per le vie di Oslo e cerca di arruolare giovani confusi e alla ricerca di un’identità, perché vadano in Siria a sostenere lo Stato islamico.

Lo segue mentre incontra altri gruppi di islamisti in giro per l’Europa. Registra la sua visione della società rivelando le numerose contraddizioni alla base della sua ideologia: Ubaydullah Hussain recluta soldati pronti a morire in nome di Allah ma non rischia la propria vita per andare a combattere; gode dei privilegi del vivere in Norvegia ma auspica l’islamizzazione del proprio paese e di tutta l’Europa; si esprime senza censura rivendicando la libertà di parola ma si mostra sprezzante nei confronti di ideali diversi dai suoi. Lo spettatore attraverso Hussain ha la possibilità di conoscere un mondo apparentemente distante eppure vicinissimo, di cogliere le modalità del pericoloso indottrinamento, le dinamiche psicologiche che si creano all’interno del gruppo e di scandagliare le motivazioni che sorreggono la folle ideologia di cui si nutrono gli estremisti. E il risultato non può che essere un verdetto di piena condanna nei confronti del fondamentalismo islamico.

Parallelamente all’indagine sui Foreign Fighters nell’ultima parte il documentario sviluppa un ulteriore tema che emerge dai fatti che seguono l’arresto di Peter, un giovane seguace di Ubaydullah Hussain in procinto di partire per la Siria. Quando i servizi segreti sequestrano, come prova dell’esistenza ad Oslo di un gruppo terroristico, tutto il materiale raccolto e registrato per la realizzazione del film e ne impediscono la divulgazione, i registi decidono di rivolgersi alla Corte suprema.

Lo spettatore attraverso Hussain ha la possibilità di conoscere un mondo apparentemente distante eppure vicinissimo, di cogliere le modalità del pericoloso indottrinamento, le dinamiche psicologiche che si creano all’interno del gruppo e di scandagliare le motivazioni che sorreggono la folle ideologia di cui si nutrono gli estremisti.

La questione della libertà di stampa entra così prepotentemente nel film e l’attenzione si focalizza per qualche minuto sulla necessità di un giornalismo indipendente che garantisca la protezione delle fonti e che non sia in alcun modo soggetto alla censura.

Lo spostamento del punto di vista arricchisce il film di un tema più che mai attuale senza generare confusione sull’oggetto principale del documentario. Archiviata l’importante digressione Recruiting for Jihad ritorna a far parlare il suo protagonista. Il film si chiude, infatti, con un’ultima intervista a Ubaydullah Hussain, con la notizia del suo arresto tre mesi dopo e della condanna a 9 anni di prigione per aver finanziato e sostenuto l’ISIS attraverso il reclutamento di persone vulnerabili a sostegno dell’Organizzazione.

di Monica De simone
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