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Il Re Leone Recensione


Il Re Leone Recensione

Recensione Silenzio in sala
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La magia Disney. Si sono scritte parole e parole su quanto Walt Disney Pictures sia rimasta troppo, o troppo poco, fedele alla massima del signor Walt «Se puoi sognarlo, puoi farlo».

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Voto Silenzio in Sala: 3.0/5
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Ma per quanto l’aggettivo “disneyano” abbia assunto un preciso significato nel linguaggio comune, non si può dimenticare che l’azienda creata da Walt nel 1923 sia oggi un colosso da infiniti milioni di dollari. Così, ogni volta che arriva in sala un nuovo live action ispirato ai Classici, è difficile credere che la priorità di questi adattamenti sia “la magia Disney” e non la necessità di alimentare quella grande affascinante macchina che muove milioni di dollari in tutto il mondo tra diritti cinematografici, immagine, merchandising e parchi divertimento. Caricare di aspettative questa nuova impresa di Jon Favreau (che con Il libro della giungla aveva fatto un ottimo lavoro) è stato facile. Il Re Leone è uno dei Disney più amati, oltre a essere un successo senza tempo: parlando di animazione tradizionale resta ancora il maggior incasso cinematografico nella storia, vincitore di due Premi Oscar e dal 2016 inserito di diritto nell'archivio nella Biblioteca del Congresso. Da un lato, l'ambientazione africana risulta oggi più stimolante di quanto non lo fosse nel 1994 (Black Panther insegna); dall'altro la totale assenza di esseri umani nella trama si prestava a un'esibizione trionfale della più avanzata CGI.

A conti fatti, Il Re Leone è una sensazionale esibizione di tecnica digitale. Fatta eccezione per i movimenti delle bocche delle creature della savana (quanto può essere “realistico” un leone che parla?), gli animali sembrano usciti da un documentario di National Geographic come anche i fondali africani.

Impeccabile, però, è soprattutto il lavoro di casting nonchè la cura con cui gli attori in carne e ossa sono traslati dentro il corpo degli animali. Un esempio su tutti? La leonessa Beyoncè.

Una scena su tutte: lo splendido "viaggio" del ciuffo di criniera di Simba che viaggia lungo il Cerchio della Vita, sino a raggiungere le zampe di Rafiki. Non sarà magia Disney, ma è meraviglia a tutti gli effetti questa capacità di raccontare la natura e il mondo animale con una tale epica visiva che, quasi quasi, la trama del film passa in secondo piano. Ed è un peccato perchè, tra tutte le storie Disney, Il Re Leone è una delle più raffinate e colte: un dramma shakespeariano, i cui protagonisti sono leoni e iene. Quel poco di restyling operato sulla trama è così poco interessante che risulta superfluo; tuttavia si apprezza lo sforzo per rendere il personaggio femminile di Nala più determinante, l'umorismo sfacciato di Timon e Pumba, la scelta di rendere Rafiki meno dispettoso e più maturo (anche se ci è mancata la scena dell'incontro tra la scimmia e il leone adulto, così com'era nel cartone animato).



Impeccabile, invece, è il lavoro di casting nonchè la cura con cui gli attori in carne e ossa sono traslati dentro il corpo degli animali. Un esempio su tutti, la leonessa Beyoncè. Ovvio: il consiglio è di vedere il film in lingua originale, o il rischio è di perdersi gran parte di questa operazione davvero disneyana.

La domanda, davanti questi impeccabili live action, però, è sempre la stessa: che cosa aspettarci se non la migliore tecnologia possibile e un minimo di aggiornamento tematico? In assenza della firma di un regista specifico (come nel Dumbo di Tim Burton) o di un ritorno all'origine della storia (come nel Mulan che arriverà), che cosa aggiungono questi remake a ciò di cui già ci siamo innamorati a suo tempo? Ce lo ha insegnato proprio Walt Disney, con le sue favole, che un incantesimo non dura per sempre: e, per quanto eccelso, anche Il Re Leone ripete una magia che abbiamo già visto. Finchè resta intatta la meraviglia della computer grafica, l'incanto è assicurato... ma prima o poi non avremo bisogno di storie nuove?

di Aurora Tamigio
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