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La douleur Recensione


La douleur Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Il romanzo di Marguerite Duras La douleur, scritto nel 1944, racconta l'attesa e il ritorno dei deportati francesi dai campi di concentramento, che fa da sfondo alla vicenda personale e autobiografica dell'autrice: dopo aver ritrovato per caso un diario di quel tempo, del quale non ha memoria, decide di rileggerlo. Marguerite attendeva il marito, Robert Antelme, una delle principali figure della Resistenza, che fu arrestato nel giugno 1944 e imprigionato.

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Voto Silenzio in Sala: 3.5/5
Voto utenti: 3/5

L'uomo che tornerà, sarà un'altra persona, trasfigurato dall'esperienza a Dachau, e per la donna sarà un nuovo percorso di dolore fare i conti con passato e con il presente. Emmanuel Finkiel, raffinato regista francese, con alle spalle due premi César, ha atteso di trarre un film da questo romanzo per tutta la vita. Conosce bene il dolore che ha tormentato suo padre nell'attesa del ritorno di fratello e genitori dalla deportazione, un'attesa imperterrita, che prosegue anche nel momento della notizia della loro morte. Per il ruolo della protagonista di La douleur sceglie l'intensa Melanie Thierry, con la quale aveva già lavorato in precedenza. Il suo corpo sembra trascinarsi, privo di forza, nel ricordo del passato e nell'attesa, che è lo stanco motore della sua esistenza. Lo sguardo è smarrito e malinconico, fermo al giorno della deportazione, cristallizzato dallo stupore e dalla speranza che, da un momento all'altro, tutto possa tornare come prima.

Sia Marguerite, giovane scrittrice, che il marito, sono membri attivi della Resistenza.

Il cuore del film è l'attesa, un'assenza che diventa presenza continua, che non lascia vivere e diviene al contempo motivo di vita.

Dopo l'arresto di lui la donna non si arrende e rischia la vita instaurando una pericolosa e ambigua relazione con Rabier (Benoit Magimel), uno dei collaboratori locali del Governo, che spera possa aiutarla. Ma Rabier cerca a sua volta di ottenere informazioni sulla Resistenza. La guerra finisce, una minima percentuale dei deportati ritorna a Parigi, nel caos assoluto di una città costernata dal conflitto e la donna inizia a sperare.

Il cuore del film è l'attesa, un'assenza che diventa presenza continua, che non lascia vivere e diviene al contempo motivo di vita. Al suo punto di vista malinconico e doloroso, si contrappone la figura della madre ebrea, che vive presso di lei e attende con ottimismo il ritorno della figlia, lavando con cura tutti i suoi vestiti.

Un'illusione ben straziante per lo spettatore che conosce il destino della maggior parte dei detenuti nei campi. Con grande passione, Finkiel porta sullo schermo la storia di Marguerite, dando vita a un felice connubio tra letteratura e cinema, una trasposizione rispettosa del libro - soprattutto nell'ultima parte - che ci trasporta in una dimensione altra, specifica e al contempo sospesa. Uno dei periodi più bui della storia dell'umanità: il luogo della sofferenza, del dolore, il tempo della guerra.

di Emanuela Di Matteo
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