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Recensione Silenzio in sala
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Gli ultimi mesi di vita di Van Gogh (Willem Dafoe) narrati da un'artista della macchina da presa, Julian Schnabel. La necessità di dipingere, la gioia vitale e l’amore per la natura.

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Voto Silenzio in Sala: 4.0/5
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La difficoltà di comunicazione e la rara amicizia avuta con Gauguin (Oscar Isaac). Tutte le emozioni e le sensazioni dell’uomo Van Gogh, viste attraverso i suoi occhi e attraverso la visione personale di Schnabel. Ventidue anni dopo il film su Michel Basquiat, Julian Schnabel torna a raccontare la vita di un artista. Van Gogh - Sulla soglia dell'Eternità è un'opera biografica, ma fino a un certo punto; attinge da lettere, dalla biografia che tutti noi conosciamo e dalle leggende, ma sopratutto dai dipinti di Van Gogh e dalla pura immaginazione di Schnabel. Vincent Van Gogh diventa una sorta di prisma, da cui Schnabel trae le tematiche che a lui stanno a cuore per farle diventare universali. In primis la necessità dell’uomo di esprimersi e comunicare. Una necessità viscerale che diviene per Van Gogh, così come per Schnabel, l’unica ragione di vita.

Willem Dafoe, per dare veridicità a ciò che lo spettatore vede, ha dovuto imparare a dipingere: e di certo la tecnica ha funzionato perché la sua interpretazione spettacolare gli ha permesso di vincere la Coppa Volpi a Venezia.

La ricerca della dimensione interiore dell’uomo.

Ed è attraverso gli ultimi anni di vita dell’artista che Schnabel narra una storia universale. Per Van Gogh la pittura diventa contatto diretto con Dio attraverso la natura. Una natura nella quale s’immerge con gioia e voglia di vita, come nella sequenza dove per diventarne parte di sdraia in un prato e si getta la terra in faccia con immensa felicità.

Quello di Vincent è un nuovo modo di vedere le cose, il mondo: nel film la distanza tra lo sguardo di Van Gogh e la realtà viene rappresentato con una divisione dello schermo; Schnabel confessa di aver preso spunto dalle lenti bifocali, per dare questa sensazione di due mondi che convivono.

La sceneggiatura è di Jean Claude Carrierè, che ha collaborato anche a Bunuel e vinto l’Oscar alla carriera nel 2014. Nonostante fosse ormai in pensione, l'autore è stato affascinato dall’idea di Schnabel e ha deciso di sceneggiare la pellicola. Il risultato è un'opera vertiginosa, che vuole entrare nella testa dell’artista durante la creazione, dando parola a tutti gli artisti e al loro mondo, alla bellezza e al puro piacere della pittura, senza critici e mercato a ostacolarli. E per restituire questa spontaneità, Julian Schnabel ha ideato un’impalcatura ad hoc per la sua macchina a spalla, rendendo così la ripresa fluida e naturale. Allo stesso modo Willem Dafoe, per dare veridicità a ciò che lo spettatore vede, ha dovuto imparare a dipingere. E di certo la tecnica ha funzionato perché la sua interpretazione spettacolare gli ha permesso di vincere la Coppa Volpi a Venezia e di certo rende più avvincente la corsa agli Oscar. Dafoe deve interpretare un Van Gogh di decenni più giovane, ma che la durezza della vita ha reso uguale all’eta natale dell’attore. Una differenza anagrafica che non è percepibile, grazie all'interpretazione di questo eccezionale protagonista. Oscar Isaac si rivela inoltre un partner perfetto: riesce a rendere la leggerezza, la differenza caratteriale di Gaugain rispetto a Van Gogh, l’armonia e lo scontro di due artisti così diversi e così vicini.

di Samantha Ruboni
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