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Recensione Silenzio in sala
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I Marvel Studios hanno lottato per anni con la Sony per i diritti dell’Uomo Ragno, raggiungendo un accordo solo nel 2015: Spidey viene prima gettato nella mischia di Captain America: Civil War, per poi ottenere un film in solitaria. Quando Spider-Man: Homecoming è arrivato a in sala, una delle prime cose balzate subito all’occhio era la forte presenza di Stark.

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Voto Silenzio in Sala: 2.0/5
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Nulla di male, il film funzionava benissimo e sostituiva l’obsoleta figura paterna di Zio Ben con quella di Tony, ma aleggiava comunque nell’aria quel sentore di “film non autosufficiente” che si appoggiava troppo alla mitologia del MCU. In parole povere: chi si aspettava un puro film di Spiderman si è ritrovato a vedere una sorta di crossover. Se guardiamo gli altri film di origini, nessuno è legato così tanto all’universo, bensì viene contestualizzato a poco a poco.
Ecco, il problema (anzi, uno dei problemi) di questo secondo film dell’Arrampicamuri: è il medesimo, ma elevato alla potenza.

«La Fase 3 della Marvel non si concluderà non Avengers: Endgame, bensì con Spider-Man: Far From Home. Il film sarà una sorta di epilogo a tutta questa storia». Così avevano dichiarato i fratelli Russo. Ebbene, Spiderman: Far from Home è effettivamente un lungo epilogo della narrazione iniziata con Iron Man; o forse sarebbe meglio dire che ne è l’epitaffio. Un lunghissimo commiato dedicato alla memoria di Tony Stark.

Un film che scorre piatto e prevedibile per oltre due ore, la maggior parte delle quali occupate da sottotrame trascurabili messe lì per fare minutaggio.

La presenza del supereroe multimilionario aleggiava sin dal trailer, ma nessuno avrebbe potuto immaginare che fosse così ingombrante, incombente, oppressiva. “Requiem for Iron Man” sarebbe stato un titolo più adatto.

Alla vigilia della gita scolastica in Europa, Peter cerca di tessere un piano per far innamorare di lui MJ. I suoi progetti amorosi vengono però disturbati dall’arrivo di Nick Fury, che vuole assoldarlo (è il solo supereroe disponibile, gli altri non si capisce bene dove siano finiti) per combattere gli Elementali, mostri provenienti da un’altra dimensione del multiverso, che hanno già distrutto la Terra da cui proviene Quentin Back, alias Mysterio, e ora sono qui per la nostra.

Spider-Man: Far From Home fuga subito un paio di questioni lasciate in sospeso dallo schiocco di Thanos (3 miliardi di persone riappaiono sul pianeta dopo 5 anni e tutto è perfettamente normale) e si tuffa in un’atmosfera leggera da teen movie; una sorta di Euro Trip, molto più educato, goffo e impacciato al limite dell’imbarazzante, in cui la questione supereroi viene lasciata sullo sfondo. Le dinamiche tra i compagni di classe, gli amori, gli approcci...

una parata di cliché che, nonostante tutto (sebbene Jon Watts non sia John Hughes) è anche la parte migliore del film. Molto bello tutto il discorso legato alle “responsabilità” (che è sempre stato il fulcro nevralgico dello Spiderman a fumetti e non) qui traslato in un’ottica molto differente e forse l’unica, vera idea originale presente in sceneggiatura.

Ma poi entra in scena la “parte supereroi”, con Nick Fury, Maria Hill e Quentin Back e il film inchioda anziché decollare. Su tutti i fronti. Jon Watts, bravissimo a lavorare con i ragazzi, dimostra tutti i suoi limiti quando iniziano le scene d’azione, confuse e poco fluide. E poi, davvero, basta con i finti pianisequenza tutti in digitale dell’eroe che combatte: ci si può inventare anche qualcosa di nuovo ogni tanto. Dal punto di vista narrativo non c’è una sola idea che non sia telefonata o anticipabile, compreso quello che dovrebbe essere lo snodo narrativo principale. Davvero qualcuno aveva creduto che Mysterio potesse essere buono? Uno che ha militato per anni tra i Sinistri Sei?

A redimere in parte il film c’è l’ottima chimica tra gli attori che si riflette nei personaggi, Tom Holland e Zendaya su tutti, anche se il vero mattatore è Jake Gyllenhaal, che calamita l’attenzione ogni volta che compare in scena. L’attore – che nel 2004 era andato vicinissimo a rimpiazzare Tobey Maguire nei panni proprio di Spiderman nel secondo film di Sam Raimi – si trova a proprio agio nel costume supereroistico e il suo personaggio funziona alla grande anche quando indossa la famigerata “boccia dei pesci”, un elemento reso benissimo sullo schermo. La vera carta vincente (e una delle poche trovate visive originali del film) sono però le visioni: deliri onirici di onnipotenza che arrivano a sfiorare quasi corde lynchiane.

Questa manciata di elementi positivi però non sono sufficienti per salvare un film che scorre piatto e prevedibile per oltre due ore, la maggior parte delle quali occupate da sottotrame trascurabili messe lì per fare minutaggio. Ma d’altra parte, quando in un film di 130 minuti gli unici colpi di scena davvero spiazzanti sono nelle scene dei titoli di coda, qualche problema con la gestione dei tempi è a dir poco evidente.

di Marco Filipazzi
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