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Ancora un giorno Recensione


Ancora un giorno Recensione

Recensione Silenzio in sala
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«Per non soccombere al caos, al disordine, alla confusione devi salvare un ricordo. Perché la gente se ne va prima dal mondo e poi dalla memoria»: le parole con cui si conclude il film Ancora un giorno, diretto da Raúl de la Fuente e Damian Nenow, racchiudono tutto il significato di un’opera che racconta della guerra, degli ultimi, degli svantaggiati, ma soprattutto dell’importanza della memoria.

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Voto Silenzio in Sala: 4.0/5
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Parole taglienti che vanno dritte allo stomaco, che evocano una dimensione di dolore e sofferenza ma anche di speranza e di resistenza. A pronunciarle è il protagonista e autore del libro Another Day of Life, dal quale è tratto questo originale film che mescola animazione, immagini di repertorio e interviste ai personaggi principali che popolano le vicende narrate.

Siamo in Angola ed è il 1975. Alla vigilia dell’indipendenza, mentre i portoghesi lasciano le loro colonie africane, il paese è spaccato in due. Tra i sostenitori dell’MPLA, movimento di liberazione marxista, e quelli dell’UNITA, fiancheggiati dagli USA, scoppia una sanguinosa guerra civile destinata a durare 27 anni e a estendersi su scala mondiale. Testimone e cronista del conflitto un brillante e coraggioso giornalista polacco, Ryszard Kapuściński, che dalla capitale Luanda, dove regna il caos, compie un pericoloso viaggio verso il fronte meridionale del paese dove il generale Farrusco è a capo di una tenace resistenza. Un viaggio che lo porterà a vivere esperienze umane profonde e indimenticabili, a contatto con chi ha scelto di dedicare la propria vita al bene comune, alla difesa degli oppressi, alla costruzione di un futuro più giusto e più equo.

Il film di Raúl de la Fuente e Damian Nenow punta dritto all’obiettivo e vince la sfida.

Come Victor, che non esita ad accompagnare Ricardo - questo il soprannome che gli amici angolani hanno dato a Kapuściński - nel suo rischioso percorso alla scoperta della verità; come Carlota, giovanissima combattente che lotta contro le ingiustizie mettendo a repentaglio la propria vita per costruire un domani migliore in una terra libera, prospera e felice; o come Farrusco, indomito generale portoghese, che passato dalla parte degli “ultimi”, è pronto a sacrificare tutto per amore di giustizia.

Quella di Ricardo si rivela da subito molto più di una semplice esperienza da cronista di guerra. La sua è una missione, un’esigenza. Raccontare per non dimenticare. Un’urgenza che ha radici profonde nel suo passato di bambino cresciuto durante il nazismo.

Tutte le guerre e le atrocità che ne conseguono hanno bisogno di essere raccontate, di essere tramandate, perché non precipitino nel buco nero dell’oblio. Il ricordo è anche l’unico modo per non farsi schiacciare dall’angoscia, dalla disperazione, dal senso di impotenza, dal caos. Aggrapparsi a una foto, alla memoria di un volto, di un gesto, di una parola si rivela per il protagonista l’unica difesa di fronte all’inspiegabile ferocia della guerra.

Non era un compito facile restituire sullo schermo una vicenda intricata ma poco conosciuta come la guerra in Angola, ma il film di Raúl de la Fuente e Damian Nenow punta dritto all’obiettivo e vince la sfida. Attraverso la fusione di diverse scelte stilistiche, della coesistenza di linguaggi che spaziano dall’animazione, al documentario e al reportage, Ancora un giorno regala allo spettatore un gioiello di originalità visiva. Ma il film è, innanzitutto, una preziosa testimonianza di vita e umanità raccontata tramite una narrazione lineare, ma complessa, rigorosa ma emozionante, che, lontana da ogni sensazionalismo, ci mostra la violenza nella sua crudezza e nel suo assurdo e banale compimento. Un racconto che trasmette l’esperienza di chi nel mondo ha lasciato un segno indelebile e di chi ha permesso che quel segno non fosse mai cancellato, che nulla fosse dimenticato.

di Monica De simone
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