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True Detective Recensione stagione 2


True Detective Recensione stagione 2

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Non sorprende che, dopo l'impatto planetario di True Detective, la HBO - mai così forte in termini di consenso (tanto di critica quanto di pubblico) - abbia deciso di replicare il successo della serie antologica interpretata da Matthew McConaughey e Woody Harrelson producendo immediatamente una nuova stagione e ripartendo da una storia totalmente inedita con otto nuovi, cupi episodi. Sono bastati, però, una certa dose di confusione all'interno di un pilot (2x01, The Western Book of Dead) indubbiamente suggestivo; personaggi ben tipicizzati ma senza quel pathos che, forse, avrebbero meritato; una trama complessa priva delle giuste coordinate chiarificatrici per fare della seconda stagione di True Detective la più bistrattata degli ultimi tempi. Ma quando il precedente a cui si guarda è qualcosa di irrimediabilmente unico e deflagrante come era stata la prima - inarrivabile - stagione, scaturita dalla mente da romanziere di Nic Pizzolatto, la reazione difficilmente può essere differente.

Il punto è che la nuova declinazione di quell'immaginario il cui linguaggio (nel giro di una stagione autoconclusiva) ha fatto scuola, alzando considerevolmente l'asticella della qualità di qualunque prodotto televisivo a venire, è stata sin da subito - e in modo inevitabile - fisiologicamente incapace di soddisfare le aspettative di un pubblico (o perlomeno, di una parte) che, una volta codificata e assimilata la formula deflagrante della serie, attendeva ben più per stupirsi, emozionarsi, lasciarsi rapire. Questo non vuol dire però che, tra tutti i suoi difetti, imperizie, ingenuità la nuova stagione di True Detective sia un cattivo prodotto o addirittura un completo fallimento.

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Il mondo che ci meritiamo
Accantonata la Lousiana e tutte le oscure e tremende suggestioni lovecraftiane che si portava dietro, assieme a serial killer, sette e degenerazioni allucinogene a tracciare un quadro di cinismo e disperazione fortemente coinvolgente e perturbante, la nuova stagione di True Detective ha il pregio – proprio per non scimmiottare il successo della precedente, come invece, pare, molti avrebbero voluto – di riscrivere il suo universo sin dalle fondamenta. Scegliere una location come i degradati sobborghi attorno a Los Angeles (in particolar modo l'immaginaria cittadina industriale di Vinci) e costruirci attorno, tra i suoi scenari di povertà e miseria, sfarzo perverso e corruzione, un noir potente e rigoroso, immerso nelle sue atmosfere mefitiche e nelle sue storie di sconfitta e rivalsa. Sono perdenti cronici e tormentati, padri inadeguati, figli ribelli e perduti - nella migliore e più cupa tradizione del genere - i protagonisti che, episodio dopo episodio, si impara a conoscere, odiare, amare. Dal detective Velcoro di uno sfatto e autodistruttivo Colin Farrell (monocorde ma, forse, il personaggio più riuscito dell'intera stagione) alla collega Bezzerides dalle scontrose fattezze di Rachel McAdams, passando per il reduce di guerra del freddo e tormentato Taylor Kitsch e il gangster in declino interpretato da un inedito Vince Vaughn. Tutti coinvolti, nel bene e nel male, a risolvere un mistero – l'omicidio di tale Ben Caspere, corrotto politico locale con le mani in pasta un po' ovunque – più grande di loro. In un gioco di potere e depravazione che irride la logica e la linearità, scomponendosi in mille diramazioni e imbrigliandosi in una matassa inestricabile tra false piste e rivelazioni mai definitive.


Quel riecheggiare di cinici risvolti alla Ellroy, persino quelle capatine pindariche nell'universo di David Lynch, sono indubbiamente apporti suggestivi a un'opera che, con tutti i distinguo del caso, resta, come la precedente, soprattutto una grande storia di atmosfere.

Il caos regna
É allora, casomai, l'intreccio chandleriano eccessivamente (e volutamente) intricato a ritorcersi contro una vicenda non sempre capace di garantire la giusta dose di attenzione e coinvolgimento. É proprio la continuità – complice l'assenza di quel Cary Fukunaga la cui regia unica aveva rappresentato uno dei punti di forza della passata stagione – ad andare allora smarrendosi in una dispersione frammentaria che si palesa in particolare nella forma discontinua, eterogenea se non imperfetta di una visione irrimediabilmente mai unitaria. Una coerenza stilistica per forza di cose intaccata nel profondo che, complice l'inesperienza di registi non all'altezza, più di una volta rischia di sfaldarsi con cadute di stile a volte evidenti.


La cupa magia del noir
Eppure quel riecheggiare di cinici risvolti alla Ellroy, persino quelle capatine pindariche nell'universo di David Lynch, sono indubbiamente apporti suggestivi a un'opera che, con tutti i distinguo del caso, resta, come la precedente, soprattutto una grande storia di atmosfere; un affresco virato al nero di un mondo capace di farsi, nella sua deriva etica e morale, proiezione di menti travagliate dove la sconfitta domina incontrastata ma che conserva ancora, sempre più flebile, un barlume di speranza. Una bellezza che traspare in più di una scena memorabile: dallo straniamento surreale e grottesco del finale del secondo episodio, con un Velcoro ferito da un colpo a bruciapelo sparato da un individuo misterioso con una maschera da corvo (2x02, Night Finds You), al suo “risveglio” lynchano in un bar trasfigurato da echi onirici nell'incipit di un terzo episodio (2x03 Maybe Tomorrow) che potrebbe appartenere a Twin Peaks se non a Velluto Blu. Seguono sparatorie adrenaliniche nella loro cruda tragicità, come la mattanza del quarto episodio coi tre detective alle prese con un'intera gang nel pieno centro di una città affollata (2x04, Down Will Come) o la disperata lotta impari dell'agente Woodrugh tra i binari della metropolitana (2x07, Black Maps and Motel Rooms). Per finire con fughe esasperate dal respiro manniano, sopra tutte quella fuori tempo massimo dell'uomo e padre fallito Velcoro, nel disperato, ultimo tentativo di rimettere assieme i cocci di un'esistenza oramai perduta, in uno dei più struggenti finali di stagione degli ultimi anni (2x08, Omega Station). Non resta, per chi rimane, che perdersi tra la folla, costruirsi una nuova vita e sperare in un mondo nuovo, lontano dalle macchinazioni di un sistema perverso, diabolico e cannibale.

Momenti cult

- La corsa suicida in moto, a fari spenti, dell'agente Woodrugh e il ritrovamento del cadavere di Ben Caspere. Tutto parte da qui;
- Il dialogo onirico (e profetico) tra Ray Velcoro e suo padre nell'incipit del terzo, lynchiano, episodio;
- 2x04, Down Will Come, e la sua conclusione devastante;
- L'incubo allucinato e a occhi aperti dell'agente Bezzerides, infiltrata in un festino a base di sesso e droga;
- La fuga finale di Velcoro.

di Mattia Caruso
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