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La casa di Jack Recensione


La casa di Jack Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Non è mai semplice ritrovarsi a parlare di un film di Lars von Trier, uno degli autori più controversi, in egual misura amato e odiato, del cinema contemporaneo e non solo. Non è mai semplice perché ogni sua pellicola – come ogni opera d’arte che si rispetti; perché ricordiamoci che se il cinema è un’arte, i film sono opere, un’assioma che molto spesso il pubblico dimentica ed è bene che tenga in mente approcciandosi alla visione di questo film in particolare – è in grado di spaccare in due le platee, fomentare scambi di opinioni, disgustare, divertire, irritare, far innamorare.

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In questo senso è emblematico (e anche un po’ schizofrenico) il rapporto di Lars von Trier con il Festival di Cannes, dal quale venne bandito nel maggio 2011 dopo che, nel corso della conferenza stampa del suo film in gara, Melancholia, si abbandonò a dichiarazioni filo-naziste e antisemite, salvo poi ripresentarsi sette anni (e un film in più) dopo con questa sua ultima fatica: La casa di Jack. Alla proiezione stampa, nonostante l’esplicita avvertenza che alcune immagini possono urtare la sensibilità dello spettatore, molti spettatori hanno abbandonato la sala dopo appena mezz’ora, disgustati, oltraggiati. Offesi. Ma è davvero così molesta questa ultima fatica di von Trier?

La concisa risposta è no. Non al giorno d’oggi, quando ormai tutto (e di tutto) è giunto sullo schermo. Cose ben peggiori di questo film, annidate negli anfratti più oscuri del cinema estremo. Per chiarezza: la versione del film proiettata a Cannes era la “Director’s cut”, mentre quella qui recensita è la rated-R, la sola ufficialmente distribuita, della durata di 2 ore e 32.

Come ogni opera d’arte che si rispetti (e mai come in questo caso la frase calza a pennello) sono molteplici le chiavi di lettura a cui il film può essere soggetto.

Dal punto di vista narrativo è difficile credere che le due versioni presentino differenze corpose, mentre è facile presumere che molte scene di violenza esplicita (quelle più splatter e sanguinarie, che hanno fatto indignare la platea francese) siano state tagliate o quantomeno ridimensionate.

Il film è la storia di Jack (interpretato da un Matt Dillon in gran rispolvero), serial killer dalla mentalità schematica e affetto da un disturbo ossessivo/compulsivo. La narrazione si dipana lungo l’arco di 12 anni, raccontati in ordine non-cronologico, frammentati in 5 capitoli (o “incidenti”) più un epilogo (o “katabasis”), che spiegano, indagano, approfondiscono e cercano razionalità nelle gesta di un uomo che razionale non è. Da questo punto di vista, La casa di Jack – che deve il suo titolo al fatto che il protagonista sia un ingegnere che vuole diventare anche architetto, costruendo la casa dei propri sogni – è molto simile ad altre pellicole del sottogenere, una su tutte il seminale Henry pioggia di sangue. A fare da filo conduttore per l'intera vicenda è la voce narrante del protagonista che, come nel precedente film di von Trier, racconta la sua storia in un costante dialogo/flusso di coscienza a un personaggio che verrà svelato solo in prossimità del finale: il misterioso Verge.

Come in Nymphomaniac - Volume 1 e Nymphomaniac - Volume 2 infatti lo spettatore ha la sensazione di assistere a una lunghissima seduta di psicanalisi in cui la vicenda viene intervallata da momenti filosofici, metafore, digressioni e incisi che vanno a toccare gli argomenti più disparati ma che comunque, alla fine, riescono a mettere al centro del discorso una cosa soltanto: l’arte.

Perché diventare un’artista è quello che il protagonista Jack (ancora una volta specchio dello stesso Lars von Trier) ambisce più di ogni altra cosa. Ritiene che ogni suo omicidio sia un’opera d’arte ed è proprio negli omicidi che la tecnica e la raffinatezza della costruzione dell’immagine del regista si fa sentire di più, imbastendo rimandi altissimi (un quadro cubista di Juan Gris; La barca di Dante di Eugène Delacroix) e infarcendo le inquadrature con citazioni al limite del meta-cinema.

Come ogni opera d’arte che si rispetti (e mai come in questo caso la frase calza a pennello) sono molteplici le chiavi di lettura a cui il film può essere soggetto, ma la più interessante è senza dubbio quella che lo stesso Lars von Trier ha dato al The Guardian nel febbraio del 2017. «The house that Jack built celebra l’idea che la vita sia cattiva e senza anima, cosa tristemente provato dalla recente ascesa al potere dell’homo trumpus (ovvero Donald Trump) come re dei ratti». In ogni caso, qualsiasi interpretazione si voglia dare a La casa di Jack, una cosa è certa: Lars von Trier ha realizzato una nuova opera che farà discutere le platee.

di Marco Filipazzi
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