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Recensione Silenzio in sala
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«Alla sua età può permettersi di non avere filtri» «Pensavo di non averne mai avuti»: in questo scambio di battute fra l’Agente Bates (Bradley Cooper) e l’ex floricoltore e neo-corriere del Cartello Earl Stone (Clint Eastwood) è possibile ritrovare il modo in cui il pubblico si è abituato ad approcciare il cinema della maturità di Eastwood. E Clint, forse, è sempre stato ciò che oggi gli si riconosce: un regista capace di emozionare senza filtrare il proprio pensiero, senza fare ricorso al politically correct che impedisce di arrivare al nocciolo dei problemi; esprimendo una sensibilità profonda ma non sbandierata, densa e vera come il suo racconto dell’America di provincia.

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Voto Silenzio in Sala: 4.0/5
Voto utenti: 3/5

Earl ha vissuto una vita sulle strade, lontano dalla famiglia, sempre in viaggio; per lavoro ma anche perché era così che amava vivere. Si è perso tutte le tappe importanti della crescita di sua figlia Iris (Alison Eastwood) e non è stato un marito presente per la sua ex moglie Mary (Dianne Wiest). Solo con la nipote Ginny (Taissa Farmiga), per qualche ragione, Earl è riuscito a mantenere un rapporto; ed è probabilmente lei che gli consente di riscoprire, forse troppo tardi, il valore della famiglia.

La vita spesa viaggiando, orgogliosamente, senza mai neanche una multa, è il biglietto d’ingresso per Earl nel traffico di droga. Andato in bancarotta con la propria azienda di fiori, gli si presenta questa opportunità di fare un po’ di soldi. E l’anziano imprenditore la coglie, con remore forti, ma anche con maggiore accettazione del suo ruolo, mano a mano che il flusso di contanti diventa più consistente. La sua affidabilità lo fa presto arrivare all’attenzione del boss Laton (Andy Garcia) ma anche a quella della DEA: gli agenti Bates e Treviño (Michael Peña) si mettono così sulle sue tracce.

Clint Eastwood caratterizza Earl in modo asciutto e, tutto sommato, senza giudizio morale: un brav’uomo, ma un pessimo marito e un pessimo padre; ha bisogno di soldi e cede alla tentazione del guadagno facile anche quando si rende conto di cosa sta rischiando. Quello che rende Earl apprezzabile è che si fa carico dei suoi errori e cerca di porvi rimedio: prova a essere un uomo migliore e non fugge dalle proprie responsabilità.

Il racconto riesce a essere asciutto ed emozionante, in quel modo che è ormai diventato il tratto più caratteristico del cinema eastwoodiano.

Questo lo rende umano e umanamente scusabile, ma non innocente.

Il racconto riesce a essere asciutto ed emozionante, in quel modo che è ormai diventato il tratto più caratteristico del cinema eastwoodiano. La consueta perizia tecnica sa costruire, con un montaggio classico, scene di grande efficacia: a sequenze aperte sul dettaglio di un fiore, corrispondono ampie panoramiche e lunghe carrellate degli immensi orizzonti delle strade americane. Completa il tutto un’ottima colonna sonora, che si sposa perfettamente con i panorami della provincia statunitense. Il film regala momenti ironici, divertenti e commoventi; ma anche quel tanto di malinconia, giustificata in un'opera che potrebbe davvero, stavolta, essere l’ultima prova d’attore del grande Clint Eastwood.

Sebbene le premesse e gli sviluppi del film siano molto diversi, non è difficile anche in questo costruire un parallelismo fra Il corriere - The Mule e The Old man & the gun con Robert Redford: così come i due attori sono icone di un cinema classico, divenuto ormai monumentale, allo stesso modo i personaggi da loro interpretati in queste due opere sono accomunati dall’essere dei fuorilegge, ma dotati di un’etica, di un’educazione e attenzione al prossimo che affascinano e colpiscono.

di Roberto Semprebene
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