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Recensione Silenzio in sala
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Un mistero mai risolto sta alla base di The vanishing – Il mistero del faro, il film diretto dal regista danese Kristoffer Nyholm, in uscita nelle sale italiane a fine febbraio. Nel 1900 i tre guardiani del faro delle Flannan, piccolo gruppo di isole sperdute al largo delle Ebridi scozzesi, spariscono nel nulla senza lasciare alcuna traccia; nessun messaggio, nessun indizio che potesse in qualche modo far comprendere il motivo della loro improvvisa scomparsa.

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Voto Silenzio in Sala: 2.5/5
Voto utenti: 3/5

Da questa vicenda tutt’ora irrisolta, il regista e gli sceneggiatori Joe Bone e Celyn Jones hanno costruito una vicenda che possa, in qualche modo, dare una risposta all’enigma che da più di cento anni intriga e sconvolge gli appassionati. Ne è scaturita una storia che ha la medesima valenza di tante altre, essendo svariate le ipotesi possibili per giustificare la scomparsa dei tre uomini. Nyholm e gli sceneggiatori utilizzano quindi gli stilemi del thriller per costruire intorno alla scomparsa dei guardiani del faro - Thomas Marshall (interpretato da Peter Mullan), James Ducat (Gerard Butler) e Donald McArthur (Connor Swindells) - una vicenda nella quale i tre si ritrovano coinvolti, dapprima involontariamente e poi coscientemente, rimanendo alla fine sopraffatti dalla violenza e dall’avidità.

Il film, la cui ambientazione è posticipata di qualche decennio rispetto al reale periodo in cui i fatti si svolsero, prende l’avvio con la partenza dei tre uomini alla volta dell’isola per il loro normale turno di guardia al faro della durata di sei settimane. Sin dalle prime battute intuiamo la psicologia dei personaggi: Marshall, il più anziano dei tre, è un uomo taciturno, con il volto segnato da profonde rughe dalle quali trapelano tutti i dolori e i rimorsi che la vita gli ha riservato; Ducat, un uomo di circa quarant’anni fisicamente prestante, appare come marito amoroso e padre affezionato dei suoi due figli che saluta affettuosamente al momento della partenza; infine McArthur, il più giovane, praticamente un ragazzo, alla sua prima esperienza come guardiano di un faro, si porta appresso la paura per la sua nuova vita.

Una volta giunti sull’isola, e dato il cambio ai precedenti guardiani, i tre si dedicano alle normali incombenze lavorative, con le giornate che si susseguono monotone, nella solitudine di un luogo sperduto in mezzo al freddo e inospitale Oceano. Sino a quando un giorno, durante un giro di perlustrazione, vengono a scoprire il corpo di un uomo schiantatosi sulle rocce della scogliera con la sua scialuppa. Da questo momento la pellicola di Nyholm assume i toni propri del thriller. Accanto al corpo dell’uomo i tre guardiani scoprono un baule che si rivelerà in seguito essere ricolmo di lingotti d’oro.

Accanto a picchi di pura adrenalina, con la violenza che scaturisce improvvisa in tutta la sua forza distruttrice, coesistono frequenti cali di tensione che impediscono allo spettatore di farsi coinvolgere sino in fondo dalle atmosfere da incubo che, considerate le premesse, ci si dovrebbe attendere.

Decideranno quindi di non consegnarlo alle autorità, escogitando un piano per poter entrare in possesso del bottino senza dare a intendere, una volta tornati a terra, la loro sopravvenuta ricchezza. Dovranno però fare i conti con i compari del morto che, approdati alla ricerca del loro compagno - e, soprattutto, del baule - intuiranno che ad averlo nascosto sono stati proprio Marshall, Ducat e McArthur.

The vanishing – Il mistero del faro avrebbe tutti i presupposti per essere un ottimo film di genere. L’ambientazione, con il mare in tempesta, il vento, i cieli dell’estremo nord, potrebbe far pensare a spazi immensi, lontani dalle miserie dell’umanità. Al contrario la sceneggiatura tende, giustamente, a infondere nello spettatore un senso di claustrofobia, evidenziando la meschinità e l’avidità degli uomini che, di fronte alla ricchezza, perdono ogni parvenza di civiltà trasformandosi in belve senza scrupoli.

Purtroppo le buone intenzioni degli sceneggiatori e del regista non sono accompagnate da una scrittura all’altezza. Accanto a picchi di pura adrenalina, con la violenza che scaturisce improvvisa in tutta la sua forza distruttrice, coesistono frequenti cali di tensione che impediscono allo spettatore di farsi coinvolgere sino in fondo dalle atmosfere da incubo che, considerate le premesse, ci si dovrebbe attendere. E proprio la suspence che stenta a decollare è il grande difetto di questa pellicola. E, per un thriller, non è roba di poco conto.

di Marcello Perucca
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