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Recensione Silenzio in sala
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Presentato al festival di Cannes 2009, suscitando pareri discordanti – ottimi da parte del pubblico, piuttosto freddi da parte della giuria – arriva nelle sale il nuovo film di Quentin Tarantino. Neanche a dirlo, si tratta di una pellicola che prende ispirazione da un film italiano di Enzo Castellari, Quel maledetto treno blindato, il cui titolo internazionale era appunto Inglorious Bastards.

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Voto Silenzio in Sala: 3.5/5
Voto utenti: 4/5

Tarantino anche questa volta porta sullo schermo una storia estremamente originale, nel segno del suo stile inconfondibile, prendendo a riferimento un’infinità di altre pellicole, fra cui si citano soprattutto i maccaroni combat, ovvero i b-movie d’azione del nostro cinema anni '70, troppo spesso sconosciuti al grande pubblico. Ovviamente gli omaggi sono innumerevoli, senza dimenticare l’amatissimo Sergio Leone, al quale è chiaramente ispirato l’intenso prologo della pellicola, sulle immancabili note del maestro Ennio Morricone.

C’era una volta la Francia occupata dai nazisti. Poche parole per una didascalia iniziale che già lascia presagire le due ore e mezza che seguiranno. Il regista americano decide infatti di riscrivere la storia della caduta del regime hitleriano, prendendo certo qualche riferimento storico veritiero, ma in generale attingendo a piene mani dalla propria ars poetica. Il risultato è un cocktail di cinema irresistibile, spensierato, forte di una passione cinefila viscerale e mai celata. In sintesi, nulla a che vedere con qualsiasi altro film riguardante la seconda guerra mondiale: una pellicola che gioca con lo spettatore esattamente come gioca con la storia, in cui le vittime non si comportano come tali, nulla è come sembra e il luogo della fatale e catartica rivincita finale non può che essere una sala cinematografica.

La vicenda prende avvio nei primi anni dell’occupazione tedesca in Francia, in cui una giovane ragazza ebrea assiste impotente al massacro della propria famiglia perpetrato dal colonnello nazista Hans Landa (interpretato da un eccezionale Christoph Waltz). Si tratta di Shosanna, la quale dopo essere fuggita per miracolo, si rifugerà a Parigi e assumerà una nuova identità.

C’era una volta la Francia occupata dai nazisti

Nello stesso tempo, un gruppo di soldati speciali agli ordini del tenente americano Aldo Raine (Brad Pitt) inizierà la propria missione: uccidere i nazisti, possibilmente nel modo più crudele possibile e facendo incetta di scalpi. Sono loro i “bastardi” del titolo, ai quali è affidato l’incarico di infliggere all’esercito tedesco una tremenda punizione per tutti i crimini compiuti. Le diverse storie si intrecciano continuamente lungo lo sviluppo del film, in un crescendo irresistibile che raggiungerà il proprio apice nell’indimenticabile sequenza finale ambientata in un cinema parigino.

Girato a tempo di record, frutto di un soggetto nato dopo dieci anni di gestazione, il regista di Knoxville porta sullo schermo questo racconto coinvolgente e capace di trascinare lo spettatore in un granitico vortice di emozioni. Gran merito va però agli straordinari interpreti, su tutti il già citato Waltz, attore austriaco praticamente sconosciuto in Italia, che regala un’interpretazione formidabile, dando vita a un personaggio in grado davvero di bucare lo schermo.

Buone le interpretazione anche del resto del cast, che mostra grande duttilità nel giostrarsi fra i vari registri che propone la pellicola, tanto nelle scene più drammatiche quanto nello spassosissimo dialogo in italiano. Le uniche note dolenti riguardano l’eccessiva durata della pellicola, che indubbiamente in più di un’occasione si dilunga in dialoghi fin troppo prolissi e che probabilmente avrebbe beneficiato non poco di un montaggio più serrato. Resta il fatto che l’intera prima parte del film, di cui il prologo non è che la meravigliosa punta dell’iceberg, rappresenta un’esperienza cinematografica unica. In conclusione, Tarantino aggiunge un nuovo tassello alla sua eclettica filmografia: dopo il flop di A prova di morte realizza una pellicola destinata a rimanere nella memoria, pur basata su intenti quasi prettamente ludici e su uno stile che perde qualche colpo quanto ad originalità, ma un’ opera che dimostra ancora una volta come il talento visionario e sfrenato del regista statunitense sia ben lontano dall’esaurirsi.

di Ivan Zulberti
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