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Recensione Silenzio in sala
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«Insomma eccomi lì a Sri Lanka, un tempo Ceylon, alle 3 del mattino, alla disperata ricerca di cioccolatini alla nocciola con cui riempire un bicchiere di brandy, sennò Ozzy si rifiuta di salire sul palco quella sera. Poi Jeff Beck spunta sulla porta e mi dice che c’è una piccola bottega di dolciumi appena fuori città.

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Voto Silenzio in Sala: 3.5/5
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Beh, ci muoviamo, ma è chiusa. Così io, Keith Moon e David Crosby non potendo fare altro scassiniamo quella bottega di dolciumi e beh, al posto di un cane da guardia sapete che cosa abbiamo trovato? Un’enorme tigre del Bengala pronta a sbranarci. Riuscii a sistemare quella tigre con una bella bomboletta di lacrimogeno, ma con il proprietario del negozio e con suo figlio andò in maniera differente. Ho dovuto pestarli a morte, li ho pestati con le loro stesse scarpe. Eh sì, un brutto affare... ma presi i cioccolatini alla nocciola così Ozzy uscì sul palco e fece uno show megagalattico».

Questo è un aneddoto inventato e forse avete anche capito da dove proviene (Fusi di testa 2 – Waynestock), ma centra perfettamente il punto per introdurre il biopic The Dirt: Mötley Crüe. Una storia fatta di eccessi e di vite vissute sempre al massimo, anzi al limite, che incarna alla perfezione il mantra del rock per antomasia: sesso, droga e rock’n’roll.

Ogni scena del film ruota attorno ad almeno uno di questi capisaldi e ogni scena ci mostra un aneddoto assurdo come quello in apertura, con la differenza che quello che stiamo vedendo è accaduto veramente.

Un film che soddisferà i fan dei Mötley Crüe, ma che è perfettamente fruibile anche a chi non li conosce, anzi... è una buona scusa per scoprirli.

Come quando Ozzy Osburne (sì, sempre lui, il Principe delle Tenebre, ma questa volta la storia è vera anche se lui non se la ricorda perché in quel periodo era sempre strafatto) incontra i Mötley Crüe per proprorgli di aprire il suo prossimo tour. Poi si inginocchia, sniffa una colonia di formiche, fa pipì a terra, si mette a leccarla come un cane, dopodiché si alza e sfida Nikki Sixx a fare altrettanto.

The Dirt: Mötley Crüe è un collage di scene di questo genere, tutte assurde, tutte al limite, tutte raccontate con una leggerezza quasi disarmante che ci ricorda il motivo per cui tutti noi, prima o poi, almeno una volta nella vita (e se lo negate siete degli ipocriti!) abbiamo desiderato essere una rock star. Per cui, quando Tommy Lee ci racconta «la sua giornata tipo durante un tour», non possamo fare a meno di sentirci ancora adolescenti che suonano assoli di air guitar nella loro stanza, ascoltando rock a tutto volume.

Il film si basa sull’omonimo libro autobiografico, The Dirt: Confessions of the World's most notorious rock band, pubblicato dai Mötley Crüe nel 2001 (e che, al momento della sua uscita, suscitò non poche polemiche): era dal 2006 che il gruppo cercava di portare sullo schermo le proprie folli gesta. False partenze e il rimpallo dei diritti dell’adattamento hanno riamndato il progetto per anni, finché non intervenne Netflix che lo mise in cantiere nel marzo del 2017, affidando la regia a Jeff Tremaine.

Uno che, restando in tema d’eccessi, si è fatto le ossa sul set di Jackass. Il registro di The Dirt: Mötley Crüe è praticamente lo stesso; un collage di orge, consumo eccessivo di alcool, svariati tipi di droghe, scherzi demenziali e a tratti pericolosi, ma non mancano nemmeno i risvolti drammatici. Pochi in realtà, ma necessari per rendere reale una storia che altrimenti sembrerebbe troppo “idilliaca”; è interessante osservare anche come ognuno dei quattro membri della band sia impegnato, in tempi e modi diversi, a combattere un proprio demone personale. Nikki Sixx ha l’eroina, Mike Mars è affetto da una malattia degenerativa delle ossa, Tommy Lee cerca di lasciarsi alle spalle la propia estrazione sociale borghese, Vince Neil deve fare i conti con i propri drammi familiari.

Se si vuole trovare una pecca al film è la mancanza di contestualizzazione, la fotografia del panorama musicale della Los Angeles degli anni ’80, la nascita dell’hair metal, lo svilupparsi del grunge a Seattle (richiamato solo dal murales dei Pearl Jam verso il finale). Un difetto, ma nulla che possa privare il film del suo fascino, perché The Dirt: Mötley Crüe funziona comunque benissimo, come un college movie all’ennesima potenza, ma con la consapevolezza (e anche un po’ l’invidia) che tutto ciò che ci viene mostrato, per quanto romanzato, in fondo in fondo sia vero. Un film che soddisferà i fan dei Mötley Crüe, ma che è perfettamente fruibile anche a chi non li conosce, anzi... è una buona scusa per scoprirli.

di Marco Filipazzi
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