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Hellboy Recensione


Hellboy Recensione

Recensione Silenzio in sala
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«Ha sessanta anni secondo i nostri conti, ma lui non invecchia come noi. Come per gli anni dei cani, ma al contrario, ha appena superato la trentina»: così l’agente Clay ci introduce il diavolone rosso che nel dittico di Guillermo del Toro ha le fattezze di Ron Perlman, sepolto sotto un pesante strato di trucco.

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Voto Silenzio in Sala: 3.0/5
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Questo per dire che la finzione spesso arriva a sfiorare la realtà, dato che il diavolone rosso è in circolazione da quasì 30 anni ormai, tra avventure a fumetti e trasposizioni cinematografiche. Era il luglio del 1993 quando il suo creatore, Mike Mignola, lo fece esordire in un albo promozionale distribuito gratuitamente al Comic-Con di San Diego. Da quel momento in poi la storia editoriale di Hellboy è sempre stata frammentaria; una scheggia impazzita che non si è mai piegata alla regolare distribuzione mainstream, che non ha mai avuto una collana editoriale regolare, e forse anche per questo è diventato un fumetto di culto. Le sue gesta si sono spalmate negli anni tra miniserie autoconclusive, storie brevi e volumi unici sino alla morte del personaggio avvenuta nel 2011 sulle pagine della sua ultima avventura terrena: The Fury Hero. Una morte “finta”, come spesso avviene nei fumetti, semplice pretesto per sparigliare le carte in tavola e tener alta l’attenzione del lettore dato che dal settembre 2012 Red è protagonista della serie regolare (colpo di genio di Mignola) Hellboy in Hell.

Tra i fan del fumetto vi era anche il regista messicano Guillermo del Toro, che accarezzò per anni l’idea di portare il diavolo rosso sul grande schermo. Gli ingredienti a lui congeniali c’erano tutti: il folklore popolare, i mostri come protagonisti, la possibilità di esplorare tematiche a lui care come l’emarginazione dei diversi, i legami sentimentali che gli uniscono (amore, affetto o amicizia) e soprattutto una domanda che sembra il cardine di gran parte della sua filmografia, che qui viene pronunciata esplicitamente all’inizio del film. «Che cos'è che fa dell'uomo un uomo?».

Una gioia poter assistere a questa parata di mostri old school che prendono vita grazie a complesse protesi, make-up estremo e pupazzoni meccanici.

Così dopo il successo di Blade II, Guillermo del Toro rinunciò a dirigere il terzo capitolo della saga sul Diurno per dedicarsi al diavolone rosso. Per la parte del protagonista ingaggiò Ron Perlman (che già appariva nel secondo capitolo di Blade) senza nemmeno attendere il consenso dalla produzione: con il suo volto squadrato e la mascella prominente, Perlman era la prima e unica scelta che il regista (spalleggiato da Mike Mignola) aveva in mente.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, su di un'isola delle Highlands scozzesi, un gruppo di nazisti capitanati dall’occultista Rasputin cercano di spalancare un portale per permettere agli Ogdru Jahad, demoni intrappolati n prigioni di cristallo sperdute nello spazio, di giungere sulla terra. Gli americani però intervengono in tempo e la sola cosa che giunge sulla terra è una specie di scimmia rossa. Stacco ai giorni nostri: quella scimmia oggi è un demone rosso che adora i gatti, le barrette di cioccolato, lavora per il governo al Bureau of Paranormal Research and Defense insieme a un uomo-pesce e alla pirocineta Liz, di cui è segretamente innamorato.

«Avevamo a disposizione 60 milioni di dollari» ha dichiarato del Toro «Ma volevamo che sullo schermo apparisse come un film con almeno il doppio del budget».

Il problema più grosso di questo film (soprattutto se rivisto oggi, a 15 anni dalla sua uscita in sala) è infatti la propria ambizione, che vuole portare sullo schermo un sacco di cose, dai mostri protagonisti, con la definizione dei loro caratteri e psicologie, le scenografie in alcuni casi colossali, sino ai demoni siderali che compaiono nello scontro finale e sembrano usciti dalle pagine di Lovecraft. Il secondo capitolo, The Golden Army, avrà a disposizione circa 30 milioni di dollari in più, che permetteranno a del Toro e Mignola – coinvolto negli adattamenti in veste di sceneggiatore, produttore e consulente creativo, oltre che in un gustoso cameo insieme al regista in questo primo capitolo – di portare in scena una visione più in linea con quella da loro immaginata, meno imbrigliata dal budget esiguo.

Ma anche con tutti i suoi limiti, quest'opera di Guillermo del Toro è godibilissima. Innanzitutto è una gioia poter assistere a questa parata di mostri old school che prendono vita grazie a complesse protesi, make-up estremo (Abe Sapen e lo sfigurato Kroenen) oppure pupazzoni meccanici (Sammael, il cadavere russo). Ma anche e soprattutto perchè è del Toro alla massima potenza, con tutta la sua poetica romantica che, sebbene a tratti appare un po’ grezza, è la medesima che lo porterà a vincere l’Oscar 14 anni più tardi.

di Marco Filipazzi
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