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Recensione Silenzio in sala
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Il dodicenne Zian e la sorellina Sahar vivono insieme a numerosi fratelli e sorelle e ai genitori, in uno dei quartieri più poveri e degradati di Beirut. Conducono una vita di strada contraffacendo ricette mediche con le quali acquistano farmaci che poi rivendono ai vari tossicodipendenti del quartiere.

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Voto Silenzio in Sala: 3.0/5
Voto utenti: 3/5

Non hanno documenti, non hanno un futuro se non quello, per Sahar, di essere venduta in sposa per un po’ di galline non appena arrivano le prime mestruazioni. Sarà allora che Zian compirà un gesto di ribellione contro i genitori, e dopo averli accusati di aver venduto l’amata sorellina, tenterà la fuga. Ma troverà sempre e solo lo stesso mondo che ha lasciato, fatto di disperazione e fame, dove gli immigrati clandestini che arrivano in Libano vengono ricattati per poter ottenere i documenti – falsi - con cui riuscire a ottenere un permesso di soggiorno. Non c’è speranza per il ragazzino, che finirà in carcere con l’accusa di aver accoltellato l’uomo che si è comperato Sahar.

Presentato al festival di Cannes dell’anno scorso dove si è aggiudicato il Premio della Giuria, Cafarnao - Caos e miracoli, rappresenta una svolta netta rispetto ai precedenti lungometraggi della regista libanese Nadine Labaki (che si ritaglia anche una piccola parte, vestendo i panni dell’avvocato di Zian). Infatti rispetto ai toni da commedia che si respiravano in Caramel e nel successivo E ora dove andiamo?, Cafarnao - Caos e miracoli è un film cupo, popolato da un’umanità reietta e diseredata che sprofonda in quel caos che dà il titolo al film. Un’opera intensa sull’infanzia negata, che va ad arricchire un filone di per sé già particolarmente florido. Un film dove tutti, piccoli e grandi, sono vittime e dove gesti abominevoli come quello di vendere una figlia, sono dettati solo dalla disperazione e dalla necessità di sgravarsi di una bocca da sfamare.

L’operazione che Labaki compie, mostrando un aspetto poco conosciuto e poco edificante del proprio paese, è sicuramente lodevole, e di questo va dato atto alla regista.

Tuttavia, pur nella afflizione data da una povertà dalla quale non c’è via di scampo, si percepiscono slanci di umanità che tendono, in qualche modo, ad addolcire la pellicola. Come, ad esempio, l’amore fraterno che Zian prova per Sahar, o la tenerezza che la giovane immigrata etiope Rahil, clandestina con documenti falsi, riversa sul figlioletto Yonas, che verrà poi accudito dallo stesso Zian come se fosse un fratellino.

L’operazione che Labaki compie, mostrando un aspetto poco conosciuto e poco edificante del proprio paese, è sicuramente lodevole, e di questo va dato atto alla regista. Così come le va il merito di aver utilizzato attori non professionisti che si sono rivelati estremamente efficaci nel disegnare i vari personaggi: fra tutti vanno giustamente citati Zain al-Rafeea, che interpreta il giovane Zain e Yordanos Shiferaw che dà il volto a Rahil. Tuttavia sorgono alcune perplessità circa il modo con cui le tematiche vengono affrontate.

Non convince completamente una sceneggiatura – scritta dalla stessa regista insieme a Khaled Mouzanar – che, per mostrare il tentativo di riscatto di Zian, utilizza l’espediente di fargli citare a giudizio i propri genitori con l’accusa di averlo messo al mondo, o un finale che appare decisamente poco probabile. Così come infastidisce la colonna sonora che, spesso, accentua gli aspetti melodrammatici del film. Al di là di questo, tuttavia, resta a Cafarnao - Caos e miracoli il merito di aver voluto dare voce a chi, in genere non ne ha, mostrando un’umanità invisibile e senza diritti che vive e muore sotto i tetti di lamiera di una baraccopoli, uno dei tanti cafarnao dei quali è costellato il mondo.

di Marcello Perucca
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