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Recensione Silenzio in sala
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Ted Bundy è stato un serial killer americano cui sono attribuiti gli omicidi efferati di più di 30 ragazze, uccise con inusitata violenza nel corso degli anni ’70. Ted Bundy - Fascino criminale, diretto da Joe Berlinger, vede Zac Efron nei panni dell’omicida e lo circonda di altri noti interpreti quali Lily Collins (nei panni dell’amata ex Elizabeth Kloepfer, John Malkovic), Jim Parsons e anche James Heitfield dei Metallica.

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Voto Silenzio in Sala: 2.5/5
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A dispetto dell’atrocità e perversione dei suoi delitti, l’apparenza di Ted Bundy era quella di un uomo affascinante, di bella presenza e dai modi cortesi. Il film, rinunciando a descrivere il lato oscuro del personaggio, si focalizza sulla figura pubblica e privata, raccontando dapprima la storia d’amore con Liz Kloepfer, per poi seguire le vicende giudiziarie di Bundy.

Fra le note positive del film ci sono sicuramente le interpretazioni di Efron, della Collins e degli altri attori. In un ruolo complesso e drammatico, Efron si dimostra capace di rendere sullo schermo l’ammaliante credibilità della figura pubblica di Bundy, capace di sfruttare il proprio fascino per negare l’evidenza delle sue responsabilità e portare dalla propria parte un vasto pubblico, principalmente femminile. Bundy è il più classico e inquietante esempio di come l’apparenza possa ingannare. Allo stesso modo la Collins è efficace nell’interpretare una donna innamorata e la sua dolorosa e progressiva presa di coscienza della reale natura del proprio compagno. A corredo dei due personaggi principali, i comprimari contribuiscono a creare il contesto, credibile, di un’America anni ’70 più grigia e reale di quella alla quale siamo abituati a pensare.

Se le interpretazioni e il setting sono molto efficaci, non si può dire lo stesso del ritmo e del focus scelto dal regista per raccontare Bundy.

Se le interpretazioni e il setting sono molto efficaci, non si può dire lo stesso del ritmo e del focus scelto dal regista per raccontare Bundy.

La storia si sviluppa in modo lineare: l’apparenza pubblica di Bundy e la continuità del suo amore per Liz, per quanto creino un contrasto inquietante, hanno decisamente meno appeal narrativo del ato più oscuro del protagonista. L’efferato criminale nel film è descritto solamente attraverso le carte processuali, le testimonianze e le prove presentate dall’accusa; il che sarebbe anche una scelta efficace per tenere lo spettatore sospeso, se non fosse che tutta la costruzione viene inficiata dalla scena più superflua e meno credibile della pellicola: fino alla fine Ted Bundy è capace di ingannare chiunque con i suoi modi educati e galanti, ma di fronte a un cane la sua aura maligna è tale da indurre il povero animale ad abbaiare e quindi ritrarsi spaventato, mentre Bundy gli rivolge uno sguardo gelido e al contempo carico di ferocia che rende impossibile la sospensione dell’incredulità anche per quanti non conoscessero.

Per il resto, il biopic è una narrazione aderente ai racconti dei testimoni e dello stesso Bundy, materiali che il regista conosce bene per essersi occupato anche di una serie Netflix dedicata a questa pagina nera della storia americana, ma risulta nel complesso abbastanza piatta, priva di reali picchi di tensione persino nelle arringhe finali o nell’accorata richiesta della madre del killer a che non si proceda alla sentenza di morte.Il finale presenta l’unico twist potenzialmente interessante del film, con un ultimo dialogo fra Liz e Ted che ci richiama al vero focus scelto dal regista: il rapporto fra due persone, l’amore e la fiducia traditi.

di Roberto Semprebene
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