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Recensione Silenzio in sala
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Il giorno in cui gli diagnosticano un cancro incurabile, Richard (Johnny Depp, affascinante professore di letteratura inglese in un esclusivo college universitario americano, si rende conto di non aver più molti mesi da vivere e che qualsiasi cura servirebbe solo ad allungargli di qualche tempo l’esistenza senza, per altro, poter scongiurare la morte. Capisce inoltre che non può più permettersi di fare cose per le quali non prova alcun interesse e che è necessario riprendere in mano la propria esistenza, per quel poco tempo che ancora ha a disposizione.

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Voto Silenzio in Sala: 2.5/5
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Deve fare i conti con un rapporto di coppia fallimentare e con un gruppo di studenti totalmente disinteressati alle sue lezioni. Da questo momento in poi Richard si lascerà alle spalle ogni convenzione sociale e, confortato psicologicamente soltanto da Peter (Danny Huston), il suo migliore amico, inizierà a vivere in maniera libera e sfrenata, lasciandosi andare a sesso libero, alcol e marjuana e chiarendo, una volta per tutte, il rapporto con sua moglie Veronica (Rosemarie DeWitt) che lo tradisce, per opportunismo, con il rettore dell’università. Ai pochi studenti che, dapprima attoniti e poi affascinati, hanno deciso di seguirlo fino in fondo cercherà di infondere il prezioso dono della libertà e della sincerità verso se stessi e verso gli altri, non disdegnando di ricevere, in cambio, erba da fumare. Questo nuovo stile di vita permetterà a Richard di entrare in contatto con il vero e profondo senso dell’esistenza, permettendogli di affrontare la morte con uno spirito nuovo e più forte.

Lo script di Arrivederci professore, ultimo lavoro di Wayne Roberts, è cucito addosso a Johnny Depp che riempie la scena per la quasi totalità del film. Oscillando fra toni da commedia e altri più drammatici, tenta di affrontare un tema ostico come quello della malattia e della necessità di saper affrontare la morte trovando e dando un senso alla propria esistenza. Purtroppo il film di Roberts, al di là del ritmo brillante che, nonostante la drammaticità del tema, riesce a strappare qualche risata, non è altro che un florilegio di banalità accentuate dall’eccesiva esuberanza del comportamento di Richard.

L’infarcire la sceneggiatura con scene di sesso frenetico con una sconosciuta nelle toilette di un pub o con solenni sbronze consumate da solo o in compagnia della moglie fedifraga, non è sufficiente a descrivere quello che dovrebbe essere il percorso interiore di un uomo di fronte alla consapevolezza di dover morire. Un tema così delicato avrebbe necessitato di ben altra indagine psicologica e introspettiva.

Lo script di Arrivederci professoreè cucito addosso a Johnny Depp, che riempie la scena per la quasi totalità del film.

Così come avrebbe dovuto essere sviluppato meglio sia il rapporto fra l’insegnante e i suoi discepoli.

Il tema familiare, la freddezza dei rapporti di Richard, è emblematicamente rappresentato da sequenze in cui la macchina da presa inquadra frontalmente, a debita distanza, i personaggi: un esempio sono le cene, in cui i protagonisti sono significativamente posti a sedere lontano l’uno dall’altro e in cui ogni tentativo da parte di Richard di condividere la propria malattia naufraga di fronte agli annunci del tradimento di Veronica e della relazione lesbica della figlia. Purtroppo sono lontani i tempi in cui un grande regista come Akira Kurosawa affrontava, nel bellissimo Vivere, le stesse tematiche e lo stesso desiderio di compiere qualcosa di buono per il prossimo di fronte alla consapevolezza di dover morire di tumore. In Arrivederci professore, invece, la sceneggiatura di Wayne Roberts non fa altro che rendere assai improbabile tutto quanto, senza suscitare nello spettatore alcun sentimento.

di Marcello Perucca
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