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La sposa di Chucky Recensione


La sposa di Chucky Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Se guardiamo le grandi saghe horror, in particolare quelle nate negli anni Ottanta, che vivono ancora adesso, possiamo individuare nei decenni il susseguirsi di tre fasi differenti. Tra la fine degli anni ’70 e l’inizio dei ’90 abbiamo le origini (da Non aprite quella porta a Nightmare - Dal profondo della notte), film dalla struttura sempre identica, che hanno gettato le basi e standardizzato le regole su cui si è costruito il genere slasher; dalla metà degli anni ’90 è iniziata la seconda fase, ovvero la modernizzazione, in cui si è cercato di “svecchiare” questi mostri, rendendoli attuali in vari modi (in Halloween - 20 anni dopo è stata rispolverata la vecchia nemesi di Michael, Jamie Lee Curtis); infine la terza fase, ovvero quella dei remake/rebooth che imperversa ancora adesso.

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In tutto ciò nemmeno la saga de La bambola assassina ha fatto eccezione: così, dopo un paio di sequel abbastanza fiacchi, nel 1998 si cercò di rivitalizzare il franchise con l’introduzione di una seconda evil doll. Tiffany, ovvero La sposa di Chucky, come dichiara il titolo stesso del film.

Tiffany recupera i resti di Chucky, lo riporta in vita e lo chiude in una gabbia. La bambola, però, riesce a liberarsi e uccidere la ragazza, imprigionando la sua anima all’interno del corpo di un altro bambolotto. I due andranno quindi insieme alla ricerca di giovani umani dove trasferire le loro anime e tornare finalmente a vivere.

Da Hong Kong con furore, il regista Ronny Yu (che qualche anno dopo dirigerà anche l’ottimo Freddy vs Jason) cerca di donare nuova linfa a questa saga, che aveva esaurito il proprio potenziale già nel primo film. Innanzitutto abbandona il registro più puramente horror per schiacciare l’acceleratore sull’autoironia che, sebbene sempre presente, non era mai stata così marcata. La sposa di Chucky si affida quasi totalmente a questo concetto: sebbene nel film ci siano diversi momenti all’insegna dello splatter, ciò che regge la storia è la vena di comicità slapstick dei due protagonisti. Il fatto di affiancare a Chucky una compagna, trasforma la pellicola in una sorta di assurdo Bonnie e Clyde; in una declinazione parodistica di Assassini Nati.

L'apice della saga, riuscito mix di splatter, comicità e citazioni in pieno nineties-style.

Ma la cosa che stupisce più di tutte è che questa idea funziona alla grande, aiutata dal fatto che i protagonisti siano due squilibrati intrappolati dentro i corpi di due bambole!

Con La sposa di Chucky il creatore della saga Don Mancini (che firma anche questa sceneggiatura) realizza un capitolo spartiacque. Archiviato l’arco narrativo che vedeva come acerrimo nemico del bambolotto Andy Barclay, con questa pellicola inizia un nuovo ciclo, che potremmo definire “familiare”. Il titolo stesso dei film evidenzia questo cambio di rotta così da la bambola assassina (Child’s play in originale) passiamo a titoli che rievocano direttamente la figura di Chucky (La sposa, Il figlio, La maledizione e infine Il culto).

Ne è un segnale anche il cambio di look stesso di Chucky. Nel primo film l’elemento inquietante era rappresentato dal fatto che un Good Guy qualsiasi, dalla faccia paffuta, le lentiggini sulle guance e una salopette di jeans, era posseduto dallo spirito di un serial killer.

Il disagio nello spettatore nasceva dalla stranezza di questo contrasto e dal fatto che un Cicciobello potesse sputare insulti mentre insegue la vittima con un coltellaccio da cucina. Una volta assimilato questo concetto però, Chucky non faceva più paura. Non come le altre icone. La sua rotonda faccina di plastica è sicuramente meno inquietante del volto ustionato di Freddy. Ebbene, ne La sposa di Chucky il look del cattivo viene cambiato sino a diventare iconico. Dopo essere stato fatto a brandelli alla fine del film precedente, durante i titoli di testa viene letteralmente ricomposto: il risultato è una faccia da vero “mostro da horror”, sfigurata da varie cicatrici, attraversata da lunghe suture nere, con i capelli rossi bruciacchiati e la salopette di jeans rattoppata alla meglio.

Per quanto queste premesse possano sembare assurde e sconclusionate, La sposa di Chucky resta l’apice della saga, riuscito mix di splatter, comicità e citazioni in pieno nineties-style. Un esempio su tutti? A proposito di icone, aguzzate lo sguardo agli armadietti della polizia nella prima scena del film...

di Marco Filipazzi
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