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Recensione Silenzio in sala
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Dopo il buon successo al botteghino de La sposa di Chucky, riuscendo a rilanciando la figura della bambola assassina, il suo sequel (il quinto film della saga) si fece attendere per ben sei anni prima di palesarsi... e quando arrivò fu decisamente inusuale! Abbandonato il canovaccio dello slasher classico che aveva caratterizzato i primi tre film, dal quarto film in poi Don Mancini da sfogo alle sue più strane e recondite fantasie, riversandole nelle storie della sua creatura.

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Voto Silenzio in Sala: 2.5/5
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Alcune avvisaglie già c’erano nel film precedente: Chucky trova una donna (o sarebbe meglio dire “bambola”) ed è protagonista di una scena di sesso che sfonda il muro del trash; infine sempre Chucky assiste alla nascita della sua progenie nella scena finale del quarto capitolo. Da qui i fili della storia vengono ripresi da Mancini. Il figlio di Chucky nella versione originale mostra un titolo ancora più eloquente: Seed of Chucky, letteralmente "il seme di Chucky". In concetto è cristallino e folle oltre ogni buonsenso perchè, diciamocelo onestamente, chi avrebbe mai immaginato che una bambola posseduta potesse arrivare, nel giro di una manciata di pellicole, a essere marito e padre, conservando però tutte le caratteristiche del serial killer che lo avevano reso famoso?

Don Mancini firma anche questa sceneggiatura e per la prima volta si cimenta anche dietro la macchina da presa, probabilmente perché nessun altro regista era disposto a filmare questa follia.
La storia rispetta lo stacco temporale della realtà, riprendendo la narrazione 6 anni dopo la fine del capitolo precedente. Faccia di Merda è un bambolotto dotato di vita propria, tenuto prigioniero da un ventriloquo metallaro che lo usa per il suo show itinerante in Inghilterra. Dopo aver visto in tv uno special su di un film in produzione a Hollywood su due bambolotti serial-killer, Faccia di Merda fugge e vola a Los Angeles per incontrarli. Una volta che la famiglia si è riunita, tutti e tre cercheranno il modo di trasferire le loro anime all’interno di corpi umani.

Tutta la parte ambientata durante la produzione del film è squisitamente meta-cinematografica e rievoca a più riprese quello che Wes Craven aveva fatto anni prima con Nightmare – Nuovo incubo.

Preso atto della follia dilagante e degli alti livelli di trash, il film riesce a raggiungere un proprio equilibrio: non sarà di certo il miglior capitolo della serie, ma di sicuro è abbastanza fuori di testa da farsi ricordare per le sue trovate strampalate.

Qua e là compaiono anche volti storici della saga nei panni di se stessi, come Tony Gardner, responsabile dell’animazione e del design di Chucky, che qui si trova faccia a faccia con la sua cretaura più famosa. Oppure Jennifer Tilly, che nel film precedente era la versione umana di Tiffany e presta la voce alla bambola, qui torna nel doppio ruolo interpretando anche se stessa.

Mancini però non è Craven (e comunque Chucky non è Freddy) perciò l’intero impianto del film barcolla in bilico tra horror e ironia, scivolando a più riprese nel trash più o meno involontario. Ci sono cose che mai avreste immaginato di vedere in un film, come ad esempio la scena in cui Chucky si masturba. Oppure il fatto che l’intero arco narrativo di Faccia di Merda sia incentrato sulla sua sessualità confusa in quanto, essendo una bambola, è privo di genitali.

Così, mentre Chucky lo battezza Glen nella speranza che sia un maschio, Tiffany lo chiama costantemente Glenda, riferimento al film transgender di Ed Wood. Nella versione originale a dargli la voce è Billy Boyd, il Pipino de Il Signore degli Anelli, che è salito a bordo del progetto su suggerimento di Brad Dourif dopo che i due si erano conosciuti proprio sul set della trilogia di Peter Jackson dove quest’ultimo interpretava il viscido Vermilinguo. Preso atto della follia dilagante e degli alti livelli di trash, il film riesce a raggiungere un proprio equilibrio: non sarà di certo il miglior capitolo della serie, ma di sicuro è abbastanza fuori di testa da farsi ricordare per le sue trovate strampalate.

di Marco Filipazzi
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