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Recensione Silenzio in sala
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A differenza delle altre grandi saghe horror, quella de La bambola assassina è in assoluto la più altalenante e schizofrenica, sia per il tono (che ha avuto un crescendo di black humor sino a sfociare nel trash) che per l’impianto narrativo (da slasher classico a family). Continuando con i parallelismi, al contrario della parabola discendente della saga di Hellraiser, morta per un ristagnare di idee, il percorso di Chucky è sempre stato ricco di soluzioni narrative fantasiose: l'ambientazione militare del terzo film, una moglie e un figlio, il restiling di Chucky in corso d’opera.

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Voto Silenzio in Sala: 3.0/5
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Tutti elementi che, nel bene o nel male, hanno contribuito alla popolarità (e alla sopravvivenza) della saga. Molto di questo merito va a Don Mancini, sceneggiatore di tutti i capitoli della serie, passato dietro la macchina da presa con Il figlio di Chucky. Il film, folle al limite del trash, si rivelò un flop e fece sparire il bambolotto posseduto per ben 9 anni. Almeno finché, nel 2013, Mancini non torna alla carica con un nuovo capitolo. Questa volta però non è più un esordiente alla regia perciò, forte del bagaglio d’esperienza acquisita nel frattempo, si arma di tutti i trucchi e gli escamotage del genere e gira La maledizione di Chucky: un film che lascia da parte i fronzoli e l’ironia per riportare tutto nella dimensione del primo, storico film della saga, aggiornandolo però con gli standard del cinema contemporaneo.

Come nella miglior tradizione horror, Don Mancini lavora per sottrazione: elimina tutto il superfluo, asciuga la sceneggiatura fino all’osso, ignora tutta la saga da lui creata meno il capostipite e da lì riparte.
La maledizione di Chucky si svolge all’interno di una gigantesca casa gotica, piena di scale, corridoi e stanze, ritratta come se fosse un film di James Wan. I gochi di luce, i chiaroscuri, le ombre densissime, tutto grida alle atmosfere gotiche post The Conjuring, ma qui non c’è nessuna Annabelle, nessun demone che infesta la magione. C’è solo Chucky.

Forse non sarà il miglior capitolo della saga, ma ci sono idee, una regia molto buona, una fotografia ottima e diverse trovate che non fanno mai affossare il film.

Arriva per posta nella scena iniziale, senza avere più il volto sfigurato, bensì tornando a essere il Tipo Bello paffuto e sorridente dei primi capitoli. E, proprio come agli inizi, Mancini torna a giocare con la duplice natura del bambolotto/serial killer. Per tutta la prima metà del film, infatti, Chucky si limita a essere un pupazzo inerte tra le braccia di una bambina e, all’occasione, cinguetta anche qualche frase smielata. La tensione scaturisce quindi sia dalle atmosfere dilatate, sia dall’imprevedibilità quando Chucky manifesterà la sua vera natura, un elemento che lo spettatore consce, ma che i presonaggi ignorano.

E a proposito di personaggi, qui vi è il terzo colpo di genio.

Dopo aver contrapposto al bambolotto il piccolo Andy Barcley, qui la final girl diventa una donna su una sedia a rotelle! Nei panni della protagonista/antagonista di Chucky vi è Fiona Dourif, la figlia di Brad Dourif (ovvero la storica voce di Chucky sin dal 1988 nonché volto di Charles Lee Ray). Insomma, resta tutto in famiglia: Fiona incarna un personaggio fragile e timoroso, agli antipodi rispetto alla pazza killer Bart Curlish vista in Dirk Gently.

A conti fatti La maledizione di Chucky forse non sarà il miglior capitolo della saga, ma ci sono idee, una regia molto buona, una fotografia ottima e diverse trovate che non fanno mai affossare il film nella palude del banale e già visto. Anche gli omicidi, sebbene non tantissimi, sono fantasiosi e soprattutto non lesinano sul sangue. Insomma, è l’ennesimo cambio di rotta di una saga discontinua che, nonostante tutto, riesce sempre a rinnovarsi e a sorprendere lo spettatore senza mai annoiarlo.

Nonostante la sua discontinuità, gli ultimi 10 minuti di film riescono persino a tracciare un filo logico per unire La maledizione di Chucky ai capitoli precedenti... e la cosa che più stupisce è che sia anche credibile e coerente! Bravo Don Mancini!

di Marco Filipazzi
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