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Recensione Silenzio in sala
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Bram Stoker nella sua celeberrima opera ha raccolto gli oscuri e arcani misteri di quelle carpatiche creature maledette legate atavicamente da un’inestinguibile e sanguigna arsura. Quella bramosia, quella cupidigia nel nutrirsi del vivido e pulsante calore umano, è l’impulso mitologico che viene tramandato, raccontato attraverso le generazioni al lume di candela o al tepore di tizzoni appena ardenti.

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Voto Silenzio in Sala: 3.0/5
Voto utenti: 3.0/5

Dal conte Dracula iniziatore della stirpe demonica, al fantomatico e apocrifo Orlok di Murnau, fino allo sguardo magnetico di Bela Lugosi e ai proseliti di Tod Browning, le saghe vampiresche non hanno mai esaurito la loro carica di fascinazione e insieme di suggestione. Ma che succede se in luogo dell’ardimentoso Van Helsing, un attempato vampirologo e il pernicioso aiutante (tutt’altro che d’aiuto in realtà) fanno visita al tetro e leggendario castello transilvanico?

Il professore Abronsius (Jack MacGowran) e il suo assistente Alfred (Roman Polanski) giungono in Transilvania per studiare il fenomeno del vampirismo. Accolti in una gelida e angusta locanda, i due si accorgono che gli abitanti del luogo temono e celano una misteriosa minaccia, scongiurata da teste d’aglio e crocifissi. Quando in piena notte la figlia del locandiere viene rapita da una creatura sanguinaria, i due insoliti e sgangherati forestieri, muniti di armi ad hoc – paletto di legno e martello – e istruzioni per l’uso, si metteranno sulle loro tracce, fino a giungere nell’inquietante dimora di “sua eccellenza”, il conte Kroloc (Ferdy Mayne). Tra le cupe camere e i profondi corridoi del castello affronteranno ripetute peripezie nel tentativo di porre fine alla stirpe dei vampiri, mettere in salvo la bella Sarah (Sharon Tate) e fuggire a gambe levate dalla morsa assetata e incombente dei ferini fotofobi, il cui abbraccio lascia sul collo delle vittime un inconfondibile e nefasto segno.

Girato in parte negli studi inglesi della MGM, e sostenuto da ingenti fondi americani, il primo film a colori di Roman Polanski rappresenta una boccata d’aria dalle soffocanti e alienate atmosfere messe in scena nella filmografia degli albori (come Repulsione di appena due anni prima). E se il tema dell’isolamento persiste in qualche modo (un castello teatro di dinamiche drammaturgiche era anche in Cul-de-sac), così come le atmosfere crepuscolari e alcuni epicentri di tensione, in The Fearless Vampire Killers a dominare è soprattutto un elegante intento umoristico, che dissacra in parte la mitologia vampiresca, e ne esorcizza fin dal titolo, e attraverso le giullaresche e funamboliche imprese dei due protagonisti, l’essenza più mostruosa.

Accolti in una gelida e angusta locanda, i due si accorgono che gli abitanti del luogo temono e celano una misteriosa minaccia, scongiurata da teste d’aglio e crocifissi

Rimangono celebri gli esilaranti e geniali guizzi comici – l’inseguimento del (sensibile…) figlio del conte ai danni del riluttante Alfred, o la sequenza del ballo – che fecero della pellicola il capostipite di tentativi satireggianti e parodistici a venire (in uno di questi, Andy Warhol’s Blood for Dracula, tra l’altro girato in Italia, lo stesso Polanski compare in un cammeo non accreditato), e un esempio intelligente di come divertire, mantenendosi lontano da eccessi grotteschi, pur senza sacrificare una venata impronta stilistica.

di Giuseppe Salvo
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