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Recensione Silenzio in sala
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Sylvester Stallone: un uomo, un simbolo, un pilastro dell’action anni ’80 in grado di plasmare due delle più grandi icone della cultura pop di fine millennio, imprimendole a fuoco nell’immaginario collettivo. Da un lato Rocky Balboa, delinquente di mezza tacca con la passione del pugilato, che riesce a imporsi sotto i riflettori quando viene sfidato dal campione in carica Apollo Creed.

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Voto Silenzio in Sala: 2.5/5
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Spogliato da qualsiasi fronzolo, Balboa è Stallone e la serie di Rocky altro non è che uno specchio della sua vita dentro e fuori dal set, tra alti, bassi, vittorie, sconfitte, dolori, rivalse. Un percorso di sei film che Stallone è riuscito saggiamente a concludere in un crepuscolare epilogo nei due, bellissimi spin-off di Creed. Dall’altro lato c’è Rambo, personaggio meno personale, ma non per questo meno iconico. Nell’immaginario collettivo è un guerriero senza paura, una vera macchina da guerra, ma in origine (nel primo film del 1982) era solo un reduce del Vietnam affetto da un forte disturbo post-traumatico. La cosa che molti non sanno, che ignorano, che si sono dimenticati, è che nel finale del primo, seminale film, Rambo scoppia a piangere. E chiede perdono. Sì, proprio lui, John Rambo.

Per un personaggio così iconico (e a tratti malinconico) come Rambo forse sarebbe stato più adatta un’uscita di scena meno action è più crepuscolare, come la prima parte del film lasciava presagire.

Ed è proprio da questo lato umano del personaggio che Stallone riparte per il quinto (e presumibilmente ultimo) film sul guerriero solitario, dichiarando le proprie intenzioni sin dal titolo, Last Blood che si contrappone a quel First Blood che si è perso nella traduzione italiana del primo film.

Abbandonata la vita militare, ma anche quella solitaria condotta per un certo periodo in Birmania (sono passati undici anni dall’uscita del quarto film!) John Rambo si è ritirato in un ranch da cartolina western in Arizona. Con lui vivono una donna messicana e la figlia, che Rambo ha salvato anni prima e ora seguita ad accudire. Tiene sotto controllo i suoi traumi a suon di psicofarmaci e scava contorti cunicoli nel terreno sotto la fattoria, come se volesse seppellire il proprio passato, ma nel frattempo è incapace di sfuggirne, forgiando tagliacarte che sembrano pugnali in un'era in cui «nessuno manda più lettere cartacee».

L’impostazione iniziale del film è quella del wester crepuscolare, qualcosa che, con le dovute cautele, ricorda Logan: un tono che si addice perfettamente a un Rambo ormai 73enne, stanco, provato, eppure ancora perseguitato dagli spettri delle guerre che negli anni ha combattuto. Però, ahi noi, il regista di Rambo – Last Blood non è James Mangold, bensì Adrian Grunberg, che a un certo punto tira il freno a mano, fa fare un inversione a U al tono del film e lo trasforma in un revenge-movie puro e semplice dopo che la nipote/figlia adottiva Gabriela viene rapita in Messico da un cartello che traffica ragazze.

John allora si lancia oltre il confine per salvarla, gettando letteralmente le pillole tranquillanti dal finestrino dell’auto, lasciando che gli istinti che per anni ha cercato di soffocare, riaffiorino. Che è esattamente ciò che ci si aspetta da un film di Rambo, il problema è che queste due facce della narrazione non sono per nulla bilanciate: a una prima parte troppo blanda, ne segue una estremamente violenta.

L’ultima mezz’ora infatti, quando Rambo si scontra faccia a faccia con il Cartello, diventa un dedalo compiaciuto di sangue e violenza (il che giustifica il divieto ai minori negli USA), talmente ostentato da sfociare quasi nella caricatura. Ci sono momenti in cui sembra di star guardando un film di McBain, la parodia in chiave Simpson dell’action testosteronico di cui lo stesso Stallone (insieme a Arnold Schwarzenegger) sono stati autentici pionieri. Insomma, a Sly non è riuscita la medesima chiusura perfetta di Rocky: per un personaggio così iconico (e a tratti malinconico) come Rambo forse sarebbe stato più adatta un’uscita di scena meno action è più crepuscolare, come la prima parte del film lasciava presagire. Però non lamentiamoci troppo e teniamo ben a mente che per anni Stallone ha millantato un quinto capitolo dal titolo Rambo V – The savage hunt, in cui il reduce del Vietnam avrebbe dovuto vedersela con una creatura semi-umana frutto di una serie di esperimenti genetici fuorilegge. In fin dei conti quella di Rambo – Last Blood, seppur con molti limiti, è una chiusura molto, ma molto superiore.

di Marco Filipazzi
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