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Gemini Man Recensione


Gemini Man Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Cos’è più importante, una buona storia da raccontare o un comparto visivo spettacolare? Ci si pone questa la domanda alla fine di Gemini Man, l’ultima fatica di Ang Lee che cerca di riportare al cinema il filone dell’action fantascientifico tanto in voga a cavallo del millennio. Infatti è proprio dagli anni ’90 che arriva la sceneggiatura del film: un progetto che ha ristagnato a Hollywood per un ventennio buono, quando a dirigerlo avrebbe dovuto essere il guru dell’action Tony Scott (pace all’anima sua) e nei panni del protagonista si susseguirono i nomi di Harrison Ford, Nicolas Cage, Mel Gibson, Clint Eastwood e Sean Connery.

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Ma non esisteva ancora una tecnologia in grado di portare sullo schermo l’idea alla base della sceneggiatura, così il film seguitò a slittare, passando di mano in mano, finché i tempi non furono maturi. Nel 2015 la Marvel per prima dimostrò che era possibile ringiovanire digitalmente Michael Douglas in modo convincente, il che fece mettere ufficilamente in cantiere Gemini Man: la sceneggiatura venne acquistata da Jerry Bruckheimer e nel 2017 iniziò la pre-produzione. Già, perché l’intera storia si basa sul fatto di far combattere il protagonista contro un se stesso più giovane, un effetto speciale che era impensabile 20 anni fa. E invece oggi ci possiamo godere una scazzottata tra Will Smith cinquantenne e la sua versione “Principe di Bel-Air”.

Will Smith interpreta un cecchino infallibile (praticamente una versione senza maschera e senza figlia del suo Deadshot di Suicide Squad) per un’agenzia governativa segreta, che arrivato alla vittima numero 72 vuole uscire dal giro e andare in pensione. La cosa però non piace ai suoi superiori, così alle calcagna di Smith viene messo un altro sicario: un suo clone 23enne creato come portotipo di un’unità speciale composta da super soldati geneticamente modificati per uccidere senza rimorsi, svuotati da qualsiasi emozione con lo scopo di renderli più efficienti.

Dal punto di vista visivo il film è inappuntabile: il ringiovanimento digitale di Will Smith e le scene in cui compare “sdoppiato” sono veramente affascinanti. Dato che sappiamo bene com’era Smith da giovane grazie a Willy il principe di bel-Air e ai suoi primi film (soprattutto Bad Boys), possiamo dire con esattezza che quello sullo schermo è proprio quel Will Smith. La tecnologia 3D e la proiezione a 48HFR (la stessa sperimentata da Peter Jackson nella trilogia de Lo Hobbit) aggiunge un maggior senso di “veridicità” aumentando la nitidezza e la fluidità delle scene d’azione, regalando una visione davvero molto immersiva per lo spetattore.

Gemini Man è una sceneggiatura che nasce negli anni ’90 e che, nonostante sia trascorso un ventennio, sembra aver conservato lo stesso stampo dei fanta-action... forse rimanendo anche un pochino indietro.

Portandolo quasi al centro dell’azione insieme al protagonista; un'azione che Ang Lee riesce a rendere sempre chiara, spesso adoperando rocamboleschi pianisequenza. Bello, nulla da dire.

Il problema è la storia. Gemini Man è una sceneggiatura che nasce negli anni ’90 e che, nonostante sia trascorso un ventennio, sembra aver conservato lo stesso stampo dei fanta-action... forse rimanendo anche un pochino indietro.

Dove film di questo filone, per quanto coatti, si sforzavano di creare un futuro plausibile (a oggi Demolition Man risulta quasi profetico per l’edulcorazione di violenza e parolacce da parte dei media) o riuscivano a interrogarsi sull’etica della clonazione umana (una delle poche cose giuste de Il sesto giorno), Gemini Man non prova nemmeno ad avvicinarsi a temi simili, abbozzandoli solamente per poi passare ad altro.

Non c’è alcuna implicazione etico/morale in merito alla clonazione umana, nessuna riflessione sul tema da parte di nessuno dei personaggi: è solo un fatto necessario allo sviluppo della trama e per due ore non si schioda di un millimetro da questa posizione. Non vi è nemmeno un vero e proprio approfondimento psicologico dei personaggi: nè dei comprimari, né tantomeno di Smith stesso. Nessuno pretende di trovare chissà quali sfaccettature, ma un minimo di empatia va creata con lo spettatore.

di Marco Filipazzi
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