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Judy Recensione


Judy Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Il regista Rupert Goold porta al cinema Judy, una fantastica Renée Zellweger nei panni dell’iconica Garland, nell’adattamento della pièce di Peter Quilter, End of the Rainbow. Giovane, ma non più giovanissima, divorziata quattro volte e senza un soldo, la Garland è ancora una diva ammirata all’estero per la sua voce, anche se da tempo in America non ha più un contratto.

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Voto Silenzio in Sala: 3.5/5
Voto utenti: 3/5

Le banche non le fanno credito perché è sola, con due figli a carico. Accetta una tournée a Londra, ma il suo passato continua a tormentarla.

Da Il Mago di Oz a È nata una stella: Judy si concentra sul racconto degli ultimi mesi vissuti a Londra dalla protagonista, durante il tentativo disperato di riprendere in mano la sua carriera e la sua vita. Gli anni che decide di mostrarci il regista in questo parziale biopic sono quelli accanto al suo ultimo marito Mickey Deans (Finn Wittrock), dove la esile diva dalla voce graffiante continua a fare il tutto esaurito mentre vede spegnersi la propria vita, dilaniata da alcool e pillole. Così, anche over the rainbow per la Garland non c’è pace. Questo arcobaleno che congiunge la sua età giovane con quella adulta è un ponte di infelicità immeritate, fino al toccante epilogo finale. Cresciuta a Hollywood grazie alla sua potente voce, la minuscola bambina dal talento gigante vede strapparsi i giochi di infanzia da produttori e contratti di lavoro.

Dopo la premiere mondiale a Toronto e l’uscita in Regno Unito ha incantato il pubblico della Festa del Cinema di Roma, grazie alla Zellweger che dimostra ancora una volta la sua immensa e disarmante bravura.

E questa dimensione fanciullesca negata non fa altro che ritornare, come una nenia dal passato, e il dolore si innesta come un grumo nella gola della protagonista.

Il biopic di Rupert Good, regista di True Story, sceglie di raccontare la classica storia di quanto dietro le luci dei riflettori ci siano sempre uomini e donne che combattono da soli - senza lustrini, dismessi gli abiti di scena - battaglie con i propri fantasmi. Ma quello che rende questo lavoro probabilmente unico nel suo genere è la sua protagonista, depositaria di questa nuova versione della crudeltà dello star system hollywoodiano, che ci regala una performance potente e dolorosa. Sottoposta a uno straordinario trucco quotidiano e all’allenamento della voce con training vocale, Renée Zellweger si ritaglia una certa candidatura all’Oscar, perché è solo la sua meravigliosa performance a fare la differenza.

Proprio come aveva fatto in Chicago, che le era valso la candidatura come Migliore Protagonista, la Zellweger anche in Judy canta e balla.

Debole narrativamente, la pellicola non ha la forza tale per riuscire a rappresentare la complessità della sua protagonista. Le scelte narrative si concentrano sul tentativo di rivalsa e risultano troppo artefatte rispetto alla naturalezza di rappresentazione dei sentimenti di dolore, del crollo emotivo della protagonista e di un’epoca che si sgretola, assieme al suo fisico. La storia avrebbe meritato una dimensione più intima e malinconica. Anche il montaggio, con questi flashback che dovrebbero spiegare perché la Garland è dilaniata dall’amore per il palco, mentre vorrebbe in realtà ritirarsi a vita privata, sono in realtà melensi e didascalici. Ed è un peccato perché il regista Goold realizza da tempo produzioni teatrali potenti e magnetiche, ed è come se non riuscisse fino in fondo a restituire questo suo talento sullo schermo cinematografico. Il film, dopo la premiere mondiale a Toronto e l’uscita in Regno Unito ha incantato il pubblico della Festa del Cinema di Roma, grazie alla Zellweger che dimostra ancora una volta la sua immensa e disarmante bravura.

di Valentina Pettinato
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