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Recensione Silenzio in sala
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In concorso al Torino Film Festival 37, True History of the Kelly Gang, adattamento di Justin Kurzel del romanzo di Peter Carey (vincitore del Booker Prize), è una libera ricostruzione della vita e dei crimini di Ned Kelly. Siamo in Australia nel 1867: Ned è uno dei piccoli Kelly, famiglia che vive in una terra arida immersa nel niente e che, sorprendentemente, si tiene insieme grazie a una madre ingombrante che passa da un uomo all’altro per sopperire alla totale inerzia del marito.

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Voto Silenzio in Sala: 2.5/5
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Ned viene venduto a un bandito ubriacone (un meraviglioso Russel Crowe) che ha deciso di farsi assistere nei suoi sporchi affari. Questa esperienza lo costringe ad aprire gli occhi sulla sua famiglia e a crescere prima del tempo. Qualche anno dopo, Ned ritorna in famiglia ma dilaniato tra le sofferenze di gioventù e questo amore per la madre decide di combattere le ingiustizie che ha subito lottando contro il nemico inglese, mettendo su una banda in vestiti da donna con i suoi fratelli.

Strutturato in tre parti narrative, la pellicola è un colossal difficile da controllare, che ha buone intenzioni ma è davvero poco bilanciato. Buona la prima parte, Boy, in cui il Ned bambino (Orlando Schwerd) ci racconta con occhi innocenti questa ballata horror di una famiglia sgangherata in cui i più piccoli vivono ogni tipo tra soprusi senza quasi rendersene conto. Allevati con brutalità e abituati alle miserie, i Kelly sono ai margini e non hanno alternative.

Nella seconda parte Ned torna a casa. Ormai è un uomo (George MacKay) e prova a prendersi cura della sua famiglia, ad avere relazioni e amicizie ma deve fare i conti con lo stato di natura in cui ha trascorso la sua infanzia, misurandosi con una rabbia e con una violenza difficili da gestire. A questo punto, mano a mano che la narrazione prosegue, ci rendiamo conto che la pellicola scivola di mano e diventa celebrazione della bestialità, di quanto di più animalesco può vivere in un uomo che cresce senza forme di educazione e un contesto di civiltà.

La storia di questa gang familiare condannata a un destino maledetto è uno schizofrenico flusso di scene scollate e tenute insieme da un tripudio di violenza.

Ma qui la narrazione si blocca e questo dilatare i tempi delle battaglie (per la sopravvivenza, per una causa, con se stessi) rende ridondante la pellicola, che si appesantisce di orpelli visivi deviando su un genere decisamente più macabro. A un certo punto tutto diventa troppo: i droni, le scene di violenza, la retorica del bandito. La regia ci accompagna sul finale saltando da un registro all’altro in preda a una serie di allucinazioni: la storia di questa gang familiare condannata a un destino maledetto è uno schizofrenico flusso di scene scollate e tenute insieme da un tripudio di violenza.

Ned Kelly ha rappresentato nel senso comune il fuorilegge che si scontra con coraggio contro le autorità coloniali britanniche. Toccare quella materia non era in effetti semplice.

La scelta del regista è stata quella di sacrificare la narrazione sull’altare degli eccessi visivi: il suo è un ritratto viscerale che vuole essere depositario di una qualche forma di verità nascosta. Come recita il titolo, la vera storia della famiglia è affidata alla penna ineducata e sgrammaticata del suo protagonista, e le altre sono solo interpretazioni alternative. La storia di un potere matriarcale spietato e profittatorio; dell’assenza di un padre e di bambini che non sanno far altro che giocare alla guerra. il racconto della progressiva influenza dei “cattivi padri” su un'adolescenza fragile. Nonostante la scelta interessante di incentrarlo sugli effetti devastanti dell’ineducazione sulla bestialità, il film va fuori controllo ed esplode come una mina: e ci lascia da soli, sul finale, a guardare brandelli e ceneri di umanità fuori dal tempo.

di Valentina Pettinato
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