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Recensione Silenzio in sala
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Un film sulla vita di Andrej Tarkovskij, il grande regista russo, morto nel 1986, girato da Andrej Tarkovskij! Non è spiritismo, anche se a parlarci è lo stesso Tarskovskij in prima persona – attraverso foto d’archivio, spezzoni, citazioni – ma si tratta di un documentario girato dal figlio, che si chiama esattamente come lui. Anche per chi non ha mai visto un suo film, questo documentario risulta essere illuminante.

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Voto Silenzio in Sala: 3.5/5
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Si parla di cinema, ma si parla soprattutto di ricerca del senso della vita attraverso il cinema. Il cinema come preghiera, esattamente come dice il titolo. Perché si può pregare anche senza appartenere a una precisa fede, per cercare il proprio posto nel mondo e tentare di capire chi siamo e dove andiamo.

Non è forse vero che l’arte più elevata - l’opera d’arte - cerca di rispondere a queste domande? Qual è il significato della vita, si chiede Tarkovskij. Se il mondo è misterioso, la veridicità dell’immagine cinematografica consiste nel portare in sé una certa dose di quel mistero. E infatti il suo cinema parla attraverso le immagini ed è un cinema spesso anti-narrativo, che si esprime attraverso simboli. Il che ha portato alla più svariate interpretazioni delle sue opere, da parte dei critici.

Un documentario, un omaggio d’amore che chi ricerca il significato dell’arte e il senso della vita, non può assolutamente perdere.



Sui critici, invece, il regista si esprime senza vie di mezzo: «non capiscono mai niente». E cita una signora delle pulizie, che alla fine di una rassegna fu l’unica a capire il significato di un film. Semplicità, rigore, onestà: sono parole che sembrano comporre il vocabolario cinematografico e umano di Tarkovskij. Come non essere affascinati dal suo rifiuto per i compromessi? Suo padre, Arsenij, fu un famoso poeta e Andrej, fin da bambino, nonostante la separazione precoce dei genitori, crea un forte legame con lui, nell’ammirazione della sua arte.

E anche l'Andrej regista del documentario cita sia le poesie del nonno sia le parole del padre, creando un legame poetico e generazionale fra loro. La poesia è ovunque, afferma Tarkovskij, ma nulla come le sue parole possono far comprendere questo concetto di arte e di cinema: «per questo quando parliamo di semplicità nella costruzione di un’immagine artistica, essa rappresenta sempre per me un autore che con una mano sfiora la terra e con l’altra si protende da qualche altra parte, verso le sfere ultraterrene».

Amante della natura (superiore a noi), incompreso, artista scomodo e ribelle eppure profondamente e orgogliosamente russo. Nonostante sia stato a lungo osteggiato dal governo sovietico di quegli anni difficili, che arrivò perfino ad inviare un regista/spia per sabotare un suo film durante un festival, Tarkovskij soffrì molto per l’esilio forzato dal suo paese. Eppure è capace di darci, fra le tante cose, una lezione grandissima sulla libertà. Citando un altro immenso poeta, Shakespeare, nella sua opera preferita, Amleto: «rinchiudetemi in un guscio di noce ed io mi sentirò il re di uno spazio infinito». Ci sono posti al mondo politicamente non liberi nei quali troviamo persone davvero libere e paesi di tradizione democratica con persone non totalmente libere. Il cinema come preghiera è un documentario, un omaggio d’amore che chi ricerca il significato dell’arte e il senso della vita, non può assolutamente perdere.

di Emanuela Di Matteo
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