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Recensione Silenzio in sala
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Al riparo da una pioggia battente, una donna avvicina un uomo nei pressi di una stazione, chiedendogli di accenderle una sigaretta: è Liu, una prostituta in cerca di una via d'uscita. Intanto Zhou, appena uscito di galera, è coinvolto in una faida tra gang che si contendono il controllo del territorio.

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Voto Silenzio in Sala: 4.0/5
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Un flash back alla sera prima ricostruisce gli ultimi eventi: Zhou è entrato nel seminterrato di un hotel, dove un gruppo di malviventi sta discutendo le prossime mosse, quando scoppia una lite violenta e sanguinosa. Nell'inseguimento resta ucciso anche un poliziotto e su Zhou viene messa una taglia per la sua cattura. Inizia così la sua fuga dai rivali e dalla polizia, alla ricerca della moglie, aiutato da Liu, che forse si è innamorata di lui (o forse solo della ricompensa).

Poliziesco cinese nero come le notti nelle quali è ambientato, Il lago delle oche selvatiche ha bisogno più che mai anche del buio della sala per trascinare con sé lo spettatore dentro le sue poche luci e molte ombre. A illuminare la scena basta un lampione isolato, un'insegna al neon o il faro di una motocicletta, che proietta profili lunghi e minacciosi sopra un muro, sotto un ombrello, dietro un tendone. Il film entra nei vicoli piovosi di una città cinese sordida e malfamata, scendendo nelle cantine e passando per le cucine, tanto che delle immagini sembra di avvertirne gli odori: il cibo, il fumo, i vestiti bagnati. E il sangue, ovviamente, che in diverse scene pulp non viene certo risparmiato: il tizio gambizzato, quello decapitato mentre guida o quello infilzato con l'ombrello. Questo aspetto del film può diventare disturbante: una volta finiti dentro la scena, si ha quasi la sensazione di sporcarsi.

In questo, Il lago delle oche selvatiche ricorda Quentin Tarantino o, meglio ancora, i coreani Park Chan-wook (Old boy) e Kim Ki-duk (Moebius).

Poliziesco cinese nero come le notti nelle quali è ambientato, Il lago delle oche selvatiche ha bisogno più che mai anche del buio della sala per trascinare con sé lo spettatore dentro le sue poche luci e molte ombre.

Ma l'atmosfera prevalente è comunque quella di certo Wong Kar-wai: il rigore formale della fotografia, i colori notturni ma accesi, i neon, la pioggia, il cibo, le moto; e soprattutto i due protagonisti, veri e propri Angeli perduti. Yi'nan Diao, in passato già vincitore alla Berlinale, torna a dirigere con il tocco del gran maestro una pellicola stilisticamente perfetta, un dramma dalle tinte foschissime il cui sviluppo sembra però passare in secondo piano rispetto all'estetica: tecnicamente e visivamente ineccepibile, il film è forte di una composizione fotografica che soverchia l'interesse alla narrazione, con sequenze al limite dell'autocompiacimento. L'ombra in fuga che si espande sul muro o i close-up sugli animali allo zoo, i cappelli in riva al lago o la sequenza sulla canoa, lo sciamare delle moto o le gambe dietro una tenda: immagini che rischiano di risolvere l'intero film in un esercizio di bravura, senza dubbio riuscitissimo, destinato però a conquistare più i favori della critica o dello spettatore esigente piuttosto che quelli di un pubblico in sala desideroso di svagarsi.

di Cristiano Salmaso
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