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Volevo nascondermi Recensione


Volevo nascondermi Recensione

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A pochi giorni dalla scomparsa di Flavio Bucci, indimenticato interprete del Ligabue televisivo nel 1977, esce nelle sale italiane Volevo nascondermi, quarto lungometraggio realizzato nell’arco di quindici anni dal regista bolognese Giorgio Diritti. Un biopic incentrato sulla vita del famoso pittore naïf interpretato, in questo caso, da Elio Germano con una capacità di mimesi eccezionale che rende l’attore irriconoscibile e totalmente fedele al proprio personaggio.

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Il film, in concorso alla 70ª edizione del Festival del Cinema di Berlino, si apre con l’immagine di Antonio Ligabue seduto nello studio di uno psichiatra, completamente nascosto da una coperta nera dalla quale occhieggia nella speranza di non essere osservato. Entriamo così immediatamente nella tortuosità della mente di Ligabue, dove convivono fobie, insicurezze, inadeguatezza verso il mondo. Conseguenza di un complesso di vicende sventurate che lo accompagnarono sin da bambino allorché, abbandonato dopo pochi mesi dalla vera madre, venne preso in carico da due coniugi della Svizzera tedesca, luogo in cui nacque e visse sino alla soglia dei vent’anni. Brutto, deforme, affetto da rachitismo e gozzo, Toni, come veniva normalmente chiamato, crebbe in un ambiente ostile, deriso e osteggiato da tutti tranne che dalla madre adottiva. Ciò minò profondamente la sua salute psichica, con la conseguente comparsa di atteggiamenti sempre più turbolenti e crisi nervose spesso violente, che indussero le autorità elvetiche ad allontanarlo definitivamente dalla famiglia adottiva, dopo una lite particolarmente brutale con la madre. Ligabue venne quindi mandato in Italia, a Gualtieri in provincia di Reggio Emilia, luogo d’origine del padre naturale. Qui, privo di mezzi, senza conoscere una parola di italiano e senza nessuno che potesse prendersi cura di lui, si trovò a essere ospite del Ricovero di Mendicità Carri, godendo di una modesta sovvenzione statale.

La vita di Ligabue dai tempi della scuola in Svizzera, sino agli anni precedenti la morte, avvenuta nel 1965.

Di fatto, un disadattato che entrò e uscì più volte dagli ospedali psichiatrici. Un uomo che possedeva, però, una sensibilità non comune, tale da permettergli di coltivare, grazie anche all’incontro con lo scultore Renato Marino Mazzacurati, una passione per la scultura e la pittura. Quest’ultima gli consentì di diventare quel grande artista immaginifico che dipingeva un mondo fantastico - pieno di tigri, leoni, giaguari - vissuto nella sua mente contorta sulle rive placide del Po.

Il film, che il regista Giorgio Diritti ha scritto insieme a Tania Pedroni, con la collaborazione del documentarista occitano Fredo Valla, ripercorre la vita di Ligabue dai tempi della scuola in Svizzera, sino agli anni precedenti la morte, avvenuta nel 1965.

In esso compaiono molti dei protagonisti della vita del pittore, quelli che lo hanno vessato e coloro che gli sono stati vicini mostrandogli un poco di affetto. Quell’affetto a cui Toni anelava e che ricercò per tutta la sua difficile esistenza. Aiutato dalla bella fotografia di Matteo Cocco, che pone grande attenzione a quel paesaggio rurale della bassa padana, ormai scomparso ma ben presente ai tempi di Ligabue, Volevo nascondermi è, soprattutto, un film sulla diversità, sull’emarginazione e sulla ricerca di integrazione (temi per altro ben presenti nella filmografia di Giorgio Diritti sin dai tempi de Il vento fa il suo giro).

Nonostante ciò Volevo nascondermi è un’opera riuscita solo a metà, che non riesce a essere sempre graffiante come il tema imporrebbe. L’interpretazione di Elio Germano regge il film e, paradossalmente, ne costituisce anche il punto debole: la sua recitazione totalizzante non riesce a esprimere appieno il tormento e l’estasi di un artista, di un uomo solo, rifiutato dalla maggior parte di chi gli stava attorno. Che dipingeva se stesso immerso in una sua realtà personale ed esclusiva e che bramava con tutta la sua anima di poter esternare i propri sentimenti a un mondo che, al contrario lo aveva sempre tenuto a distanza.

di Marcello Perucca
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