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Era mio figlio Recensione


Era mio figlio Recensione

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Esce sugli schermi italiani, distribuito dalla Notorius Pictures, Era mio figlio, ultimo film dello statunitense Todd Robinson che ha, come titolo originale, il ben più esplicativo The Last Full Measure, che potremmo tradurre come “L’estremo sacrificio”. La pellicola, sceneggiata dallo stesso Robinson, si basa su una storia vera: quella di un promettente funzionario del Pentagono - che nel film prende il nome di Scott Huffman (interpretato da Sebastian Stan) - che, nel 1999 si vide affidata l’indagine su William H.

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Pitsembarger (Jeremy Irvine), giovane medico paracadutista statunitense che in Vietnam prestava servizio sugli elicotteri a supporto delle azioni di terra dell’esercito. Il compito al quale, controvoglia, Huffman si accinge a dedicarsi è quello di riportare alla luce un episodio particolarmente cruento della guerra contro i Vietcong: l’Operazione Abilene, nel quale Pitsembarger (da tutti chiamato semplicemente Pits), con una coraggiosa azione personale, si calò da un elicottero fra i soldati accerchiati in una trappola mortale sotto il fuoco vietnamita. Pits, con il suo coraggio, riuscì a trarne in salvo una sessantina, rinunciando ad andarsene con l’ultimo elicottero disponibile a scapito della propria stessa vita. Allo scopo di onorarne la memoria, il sergente dell’aeronautica ormai in pensione Tom Tulley (William Hurt), vecchio commilitone di Pits, spese trent’anni della propria vita per cercare di far riconoscere al compagno la Medaglia d'Onore del Congresso per il suo atto eroico e generoso. Dapprima riluttante, poi via via sempre più coinvolto dalla vicenda e dall’altruismo di Pits, Huffman riuscirà a fare emergere la vera portata del gesto con l’aiuto di alcuni veterani che ebbero salva la vita grazie alla generosa azione del medico. Molti di essi, inizialmente restii a rievocare la dolorosa vicenda, finirono per accettare di collaborare con l’investigatore del Pentagono, mossi anche a compassione dal dolore che per tutti quei lunghi anni aveva consumato i genitori di Pitsembarger che, ormai vecchi e stanchi, vivevano senza più la speranza di vedere assegnata al figlio la medaglia che ne avrebbe riconosciuto l’eroismo.

Il film di Robinson si avvale di un cast d’eccezione: accanto ai nomi già citati, ci sono anche Cristopher Plummer, Diane Ladd, Samuel L. Jackson, Ed Harris, John Savage e Peter Fonda (qui nella sua ultima apparizione prima di essere stroncato dal cancro).

Una pesante, ingombrante retorica patriottica sembra non voler mai mettere veramente in discussione la guerra in generale e quella del Vietnam in particolare.

La narrazione si sviluppa alternando le scene dell’indagine condotta da Huffman a numerosi flashback che rievocano tutta la drammaticità dell’Operazione Abilene nella giungla vietnamita. Sono proprio le scene di guerra, che traggono spunto dall’immaginario della numerosa filmografia sul conflitto vietnamita, a mantenere a galla il film di Robinson, grazie anche alla fotografia di Byron Werner e alle musiche coinvolgenti di Philip Klein.

Era mio figlio ha come tema dominante il coraggio, il sacrificio e la solidarietà: valori che, declinati sulla figura di Pits, tanto generoso quanto sprezzante del pericolo pur di salvare compagni che non aveva mai conosciuto prima d’allora, ne fanno un’opera che potrebbe essere accostata ai film del Clint Eastwood di quest’ultimo periodo, che esaltano l’eroismo dell’uomo comune che non cerca la notorietà e che viene volutamente oscurato dalla corruzione della politica e del sistema dominante. Manca, tuttavia, al film di Robinson quella asciuttezza nella narrazione e quel rigore formale caratteristica fondamentale delle opere del regista californiano.



Nel corso della narrazione emerge, inoltre, un altro tema portante: quello dell’amore di un genitore nei confronti di un figlio, giustificando così il titolo voluto dalla distribuzione italiana. Fra le scene più commoventi vi è, infatti, quella del discorso che Frank Pitsembarger tiene al cospetto del Congresso degli Stati Uniti durante il quale confessa che, fra le cose che più gli mancavano del figlio, vi era quella di non aver mai potuto vederlo innamorarsi, sposarsi e diventare padre, perché solo così William avrebbe potuto comprendere quanto grande possa essere l’amore di un padre verso un figlio.

Era mio figlio è un drammatico film di guerra che, in alcuni suoi passaggi, induce alla commozione. Soprattutto nelle scene più intime, dove i protagonisti riescono a lasciarsi andare buttando fuori tutto il dolore mantenuto dentro per trentadue, lunghissimi anni. Purtroppo quasi tutto ciò che c’è di buono nel film di Todd Robinson viene miseramente vanificato da una pesante, ingombrante retorica patriottica che sembra non voler mai mettere veramente in discussione la guerra in generale e quella del Vietnam in particolare. Dalla scrittura stenta a emergere il vero orrore rappresentato da quel conflitto. Anche le scene che riprendono quella che fu la carneficina dell’agguato alla pattuglia militare impegnata nell’Operazione Abilene, non colpiscono e non prendono allo stomaco come, al contrario, dovrebbero fare. Ciò che manca, nella narrazione dell’innegabile gesto eroico e altruistico di William H. Pitsembarger, è una ferma condanna di quello che fu uno dei più inutili, sanguinosi e disastrosi eventi bellici dello scorso secolo.

di Marcello Perucca
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