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Meduse Recensione


Meduse Recensione

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Sono passati già diversi anni (tredici per l'esattezza) da quando il film Meduse ha fatto la sua comparsa sugli schermi, passando anche al Festival di Cannes per vincere il premio come miglior opera prima. Pellicola tutta, o quasi, al femminile, Meduse intreccia le vite di tre donne che non si incontreranno mai ma si toccheranno attraverso altri personaggi minori.

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Voto Silenzio in Sala: 3.0/5
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Batia “la solitaria” lavora come cameriera: un giorno, sulla spiaggia, incontra una bambina che è rimasta sola; dopo essersi rivolta alla polizia, decide di prendersene cura. Ma la bimba scompare di nuovo per riapparire solo nel finale, sempre nel suo costume da bagno e senza dire mai una parola, personaggio reale ma al contempo sorta di nostalgica cartolina dal passato, simbolo dell'infanzia perduta di Batia. Keren “la sposa novella” rimane bloccata nel bagno durante il banchetto di nozze e si rompe una gamba dopo aver scavalcato la porta; l'agognato viaggio ai Caraibi si trasforma per la coppia in un soggiorno forzato presso un hotel non proprio da favola, fino a quando una enigmatica scrittrice, prima di sparire per sempre, cederà loro la stanza più bella. Joy “la badante” è arrivata in Israele dalle Filippine per lavorare e poter mantenere sua figlia; sarà proprio l'anziana scorbutica, alla quale presta assistenza, a recuperare il regalo che Joy voleva fare alla figlia: il modellino di una nave, ennesimo richiamo al mare, implicito fin dal titolo: Meduse quelle che appariranno sulla spiaggia, evocate anche da una lettera d'addio letta nel finale.

Etgar Keret (con la moglie Shira Geffen) esordisce alla regia con un film corale che mostra il medesimo carattere della sua scrittura, per la quale è noto anche al pubblico italiano: i suoi libri sono composti di tante brevissime storie, in equilibrio tra assurdo e comico, indipendenti ma anche voci di un unico coro immaginario. È così anche il film, che ha una struttura portante frammentaria ma anche una solida sceneggiatura, capace di unire tutti i tasselli in un unico puzzle. Le tre figure principali vengono composte grazie anche a figure di raccordo: l'attrice di teatro, la fotografa al matrimonio, la giovane bulimica. Ulteriore collante la città di Tel Aviv, set naturale, fatto di interni ed esterni che si confondono sotto una luce incantevole.

Del cinema israeliano, così vitale e originale, questo film rappresenta la parte più commerciale (senza alcuna accezione negativa): la regia si dimostra abile nel toccare tutti i tasti giusti e nel raccontare, senza retorica o soluzioni stucchevoli, un'umanità che si sostiene e si salva a vicenda.

Il film ha una struttura portante frammentaria ma anche una solida sceneggiatura, capace di unire tutti i tasselli in un unico puzzle.

Non manca un fondo di amarezza, ma a prevalere è il senso rasserenante del film, complici le rapide battute che strappano una altrettanto rapida risata, e il finale sulle note de La vie en rose in lingua ebraica. Inevitabile ricordare che una decina d'anni prima un altro scrittore, Paul Auster, sceneggiava e co-dirigeva un film intitolato Smoke, vicino per poetica, scrittura e soluzioni all’opera di Etgar Keret, chiudendo anche in quel caso con una canzone che invitava a sognare e riempiva il cuore.

di Cristiano Salmaso
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