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Color out of space Recensione


Color out of space Recensione

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Sin dal suo annuncio, Color out of space è stato una scommessa. Una di quelle rischiosissime, specie se si considera i tre principali nomi coinvolti.

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Il primo è quello di Howard Phillips Lovecraft, lo scrittore horror più influente del secolo scorso, le cui opere sono ritenute in-filmabili: non è un caso che molti adattamenti siano stati colossali fallimenti o, laddove siano film riusciti, tradiscano in larga misura l'opera originale; solo pochi autori, negli anni, hanno saputo cogliere l'essenza e lo spirito delle sue atmosfere rarefatte, riuscendo a trasmettere allo spettatore quegli "orrori cosmici", "terrori indescrivibili" e "aberrazioni indicibili che conducono alla follia". Tanto più se l'adattamento in questione è quello de Il colore venuto dallo spazio (datato 1927) che nel libro ci viene presentato così: Il colore era quasi impossibile da descriversi e solo per analogia gli studiosi lo definirono tale. Capite cosa in che senso "in-filmabile"?

Il secondo nome pericoloso è quello di Nicolas Cage, uno degli attori più difficili che si siano in circolazione. Non tanto per il suo carattere, ma per la tendenza che ha di recitare sopra le righe, divorandosi il film quando decide di fare il matto. Basta dare un'occhiata ai suoi ultimi ruoli per notare la sua tendenza a sbroccare: Mum & Dad, Mandy, Kill Chain: tutti a un certo punto diventano il Nic Cage Show e non ce n'è per nessuno! Figuriamoci in un film dove la storia impone che i personaggi impazziscano lentamente, logorati dalla follia cosmica. A Cage va dato comunque il merito di essere quel "nome grosso" senza il quale il progetto non sarebbe mai stato varato.

Ultimo nome: Richard Stanley, un regista che meriterebbe uno special tutto suo. Vi basti sapere questo: non dirige un film per intero dal 1992.

Parafrasando una battuta di Demolition Man: «Ci vuole un pazzo per filmare un pazzo»... e mai frase fu più veritiera in questo caso.

Nel 1996 iniziò la produzione de L'isola perduta (sì, l'ultimo film con Marlon Brando), ma litigò pesantemente con la New Line e venne licenziato con tanto di obbligo di mantenere una distanza di almeno 40 km dal set. Venne sostituito da un altro regista (John Frankenheimer, scelto personalmente da Brando) e, mentre le riprese procedono tra capricci delle star e problemi di ogni sorta, Stanley riesce a intrufolarsi sul set infischiandosene del divieto e si fa truccare da mostro grazie all'aiuto di alcuni amici che lavorano ancora nella troupe del film. E non solo partecipa alle riprese, ma compare addirittura in una scena come figurante! (Se vi interessa il delirio produttivo de L'isola perduta recuperate Lost Soul: The Doomed Journey of Richard Stanley’s Island of Dr. Moreau).

Questo è solo un esempio per farvi capire chi è Richard Stanley, che dal '96 non è mai tornato dietro la macchina da presa se non per qualche documentario. Insomma, tutto questo panegirico per dire che sin dal suo annuncio Color out of space era una scheggia impazzita, che avrebbe potuto essere solo un disastro colossale o un capolavoro.

La famiglia Gardner (madre, padre e tre figli) si ritira a vita di campagna, in mezzo ai boschi di Arkham, coltivando la terra e allevando alpaca. Una notte, un meteorite cade nel loro giardino, infettando la falda acquifera e, di conseguenza, tutti coloro che bevono quell'acqua. La situazione inizia a precipitare, tra mutazioni di corpi e inesorabili discese nella follia.

Parafrasando una battuta di Demolition Man: «Ci vuole un pazzo per filmare un pazzo» e mai frase fu più veritiera in questo caso. Il film si regge su uno strano equilibrio di coraggio, incoscienza e follia. È quel tipo di film impossibile, lontanissimo dal mainstream eppure "ricco" (per modo di dire dato che il budget è di 6 milioni di dollari) per essere definito indipendente. Di sicuro anni luce più ricco rispetto all'ottimo adattamento italiano di Ivan Zuccon, Colour from the dark, un regista che della mitologia di Lovecraft ne ha fatto una fede personale. Eppure, incredibilmente, questo film esiste! Ed è bellissimo in ogni suo aspetto.

Si vede che Stanley ha voglia di dimostrare di essere ancora quel ribelle, un po' cyberpunk e un po' mistico, che era 25 anni fa: riempie il film di trovate e soluzioni, sia visive che narrative, per nulla scontate. Se ve lo state chiedendo, il colore indescrivibile è fucsia (un rimando a From Beyond?) accecante e presente ovunque; ma ciò che lo rende davvero disturbante è il comparto sonoro che lo accompagna. Fischi, stridii, suoni acuti, ma anche la percezione ovattata di alcuni personaggi: è il sound design a rendere il colore vivo e ossessionante, tanto per i protagonisti, quanto per lo spettatore.

E poi ci sono gli effetti visivi, dove il digitale è ridotto al minimo e le creature sono un tripudio di protesi e lattice e stop-motion. Insomma, tutto l'armamentario old school che in questo genere di film è sempre la cosa migliore e più efficace. Come se fosse un film di Carpenter (d'altra parte Lovecraft è presente ovunque nella sua filmografia) rifatto oggi, ma senza essere annegato nella nostalgia modaiola anni '80 di cui siamo saturi. Stanley distilla l'essenza, la grinta e la rabbia di quel genere di prodotto vecchia scuola e lo traspone ai giorni nostri. Sembrava un'impresa impossibile, ma grazie a misteriose congiunzioni astrali e al volere benevolo di Cthulhu, Dagon e Gol-goroth, Color out of space è effettivamente il miglior horror dello scorso anno! Ed è bello sapere che Richard Stanley è già al lavoro su un altro adattamento lovecraftiano: L'orrore di Dunwich. Non vediamo l'ora di vederlo!

di Marco Filipazzi
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