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Recensione Silenzio in sala
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Dissotterrare misteri sepolti e perduti nel tempo, riportare alla luce relitti ammantati di un’arcana sapienza; condurre compagni e brigate nemiche alla ricerca di segni e sciarade, indizi semantici e culti esoterici, sfiorare fiamme dalle profondità della terra e allungarsi ad ascetiche aspirazioni. Quanti, nei sogni ad occhi aperti, non hanno mai desiderato scorazzare per luoghi esotici tra peripezie d’ogni sorta, inseguimenti, camuffamenti ed effimere conquiste? O consumare il piacere della scoperta di civiltà perdute e occultate nei secoli? Al personaggio creato dalle fervide e immaginifiche intuizioni di George Lucas e Steven Spielberg è stato affidato il compito di avvincere proprio questa sete d’avventura, l’entusiasmo di intraprendere viaggi e conoscere mondi fuori dall’ordinario.

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Voto Silenzio in Sala: 4.0/5
Voto utenti: 3/5

Lo abbiamo seguito tra le sabbie egiziane alla scoperta della biblica Arca dell’Alleanza, per poi sprofondare negli infernali tunnel d’un santuario maledetto, tra sacrifici sanguinari e funamboliche fughe. È giunto il momento di lasciarci guidare per un'ultima crociata, alla ricerca di un oggetto che esula dal fascino archeologico per introdurci nei meandri stessi dei dubbi della Fede.

1938. Il capo di un’equipe attrezzata alla ricerca del Santo Graal scompare improvvisamente in Europa, non lasciando più tracce di sé. Il collezionista di reperti archeologici nonché magnate del settore e supervisore della spedizione, Walter Donovan (Julian Glover), contatta il celebre Indiana Jones (Harrison Ford) per riprendere gli studi sul campo e riportare alla luce il sacro calice. Inizialmente riluttante, l’archeologo si convince presto ad intraprendere il viaggio nel vecchio continente una volta messo al corrente che l’uomo scomparso è un esimio docente di storia medioevale e esperto cultore del Graal: suo padre, Henry Jones (Sean Connery). Col collega Marcus Brody (Denholm Elliott) e il professore Elsa Schneider (Alison Doody), Indiana si incamminerà sugli indizi lasciati dal padre, facendo sbarco prima a Venezia, poi nella mitteleuropa hitleriana a fronteggiare i nazisti (anch’essi interessati all’arcano cimelio), infine in Medio Oriente, lungo il sentiero che conduce alla “coppa della vita”.

1938

La conquista del Graal richiederà ai Jones il superamento di prove al di là dell’umana comprensione, attraverso le quali giungere alla scoperta del soprannaturale e alla riscoperta di se stessi.

Spielberg centra ancora una volta la giusta formula per questo terzo capitolo delle avventure di Indy, spostando il mirino dalle cupe e cavernose atmosfere de Il tempio maledetto, e puntandolo su meccanismi fruitivi ben più affabili. Ripercorrendo gli imprescindibili e oliati congegni ad orologeria della saga, ne affina un migliore equilibrio tra le parti, amalgamando i picchi di tensione e i guizzi umoristici in un calderone di inseguimenti dal ritmo indiavolato. Salta all’occhio l’espediente narrativo che porta i Jones, padre e figlio, a condivivere capitomboli, resse cavalleresche ed eventi stupefacenti spalla a spalla: l’incorreggibile coppia d’archeologi è la trovata che innesca meravigliosi siparietti comici (dal primo incontro nel castello nazista alle rocambolesche peripezie, fino agli scoppiettanti battibecchi familiari), e che inoltre delinea la dimensione allegorica entro cui confluisce l’intero svolgimento della storia (la ricerca del Graal come ricerca del Padre, della propria anima e di un passato irrisolto). Gli effetti speciali affidati alle magie visive della ILM, la sofisticata colonna sonora (dal sapore mistico e intimistico) di John Williams, le scenografie e gli scenari mozzafiato (esaltati dalla fotografia di Douglas Slocombe) sono ormai storia (questa, fortunatamente, non di finzione).

Concepito come atto conclusivo della trilogia inaugurata nel 1981 con I predatori dell’Arca perduta, Indiana Jones e l’ultima crociata ne rappresenta il magnifico compendio, capolavoro e ispirazione massima del genere d’avventura.

di Giuseppe Salvo
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