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Ultras Recensione


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Ironicamente Ultras, un film che racconta della frangia violenta della tifoseria organizzata del Napoli (approdato su Netflix lo scorso venerdì), arriva in un momento storico più unico che raro: durante la sospensione a tempo indefinito del campionato di serie A. Ambientato nel capoluogo partenopeo, Ultras è (principalmente, ma non solo) la storia di Sandro, un uomo di mezza età che per anni è stato il punto di riferimento della tifoseria organizzata e che oggi è costretto a presentarsi in questura durante ogni partita perché diffidato.

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Allontanato a forza dall'unico ambiente (e dalla sola famiglia) che per per decenni ha frequentato, Sandro imparerà a riflettere sulla sua vita, sul suo futuro ma soprattutto sul suo passato e i suoi errori.

Sandro è interpretato da Aniello Arena, un attore che deve la sua carriera a Matteo Garrone. Il regista, infatti, è noto per scegliere molti dei volti dei suoi film tra gli attori non professionisti; e nel 2012 sceglie proprio Arena tra i protagonisti del suo Reality, ruolo che gli vale la candidatura ai David di Donatello. Arena si era avvicinato al mondo della recitazione in carcere, condannato all'ergastolo per aver partecipato alla strage di Piazza Crocelle a Barra, l'8 gennaio 1991. Si avvicina alla recitazione grazie alla Compagnia della Fortezza, una compagnia teatrale formata da detenuti. A onor del vero, Garrone lo voleva già per un ruolo in Gomorra nel 2008, ma Arena non aveva ancora avuto accesso ai permessi d'uscita. Deve allora rinunciare.

Sandro è interpretato da Aniello Arena, un attore che deve la sua carriera a Matteo Garrone. Il regista, infatti, è noto per scegliere molti dei volti dei suoi film tra gli attori non professionisti; e nel 2012 sceglie proprio Arena tra i protagonisti del suo Reality, ruolo che gli vale la candidatura ai David di Donatello.

Ma dopo essere riuscito a ottenere la semilibertà, ha inizio la sua carriera da attore professionista.

Ultras si lascia vedere volentieri, scorre bene e regala una bella panoramica sulle tifoserie organizzate violente, per le quali il calcio, la squadra e le partite sono solo un pretesto per far casino, per picchiare e vandalizzare. Per insultare e scontrarsi con la polizia. Uno spaccato che era già stato mostrato in altri film simili, come l'inglese Hooligans (ce ne sono due con questo titolo, uno del 2005 con Elijah Wood e un documentario del 2008) o il nostrano Ultrà del '91, con Claudio Amendola, Ricky Memphis e Gianmarco Tognazzi.

Quello che dispiace del film di Francesco Lettieri, però, è che tutte queste sue tematiche vengono accennate solo per poi restare in superficie e che il regista non trovi mai il coraggio di spingersi in profondità, di raccontare fino in fondo questa "deriva sociale". Di fatto la tifoseria ultrà ci viene presentata come una vera e propria organizzazione, con le sue regole ferree e le sue gerarchie da rispettare.

Un sorta di mondo a parte con cui è facile fare un parallelismo con Gomorra (la serie più che il film). Ma Lettieri non è Sollima anche se si vede che aspira a esserlo. Al regista va dato atto che ha tutte le carte in regola per diventarlo, ma in questo film gli mancano la grinta e il coraggio di arrivare sino in fondo, molto lontano da quella dimostrata da Stefano Sollima già dal suo esordio cinematografico con ACAB - All Cops Are Bastards.

A conti fatti Ultras resta un film po' pavido, come se lanciasse la pietra ma poi ritirasse la mano. Molti personaggi restano stereotipati (uno su tutti: Gabbiano, tra i più interessanti eppure mai raccontato davvero), alcuni rapporti abbandonati a se stessi (il personaggio di Terry non è ben chiaro perché sia stato messo all'interno del film) e alcune sotto-trame hanno chiusura troppo facile (quella di Angelo, che occupa comunque una buona porzione di minutaggio). In definitiva, è un buon film. Ma a fine visione lascia il retrogusto di occasione mancata.

di Marco Filipazzi
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