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Recensione Silenzio in sala
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L'horror non è di certo il genere di punta della cinematografia italiana. Con ciò non vuol dire che non esista, ma molto spesso questi film sono relegati alla produzione indipendente: girano nei circuiti underground, magari vincono persino qualche premio, eppure restano lontanissimi dalla visibilità mainstream.

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Voto Silenzio in Sala: 3.0/5
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Se va bene approdano su qualche piattaforma streaming (da questo punto di vista Amazon Prime Video è molto attenta) ma nulla di più. Eppure molti titoli sono più che validi, scritti e diretti da persone che hanno idee ben chiare in testa, ma che si ritrovano a fare i conti con budget risicati (spesso sborsati di tasca propria) in una povertà al cui confronto molte nostre produzioni degli anni '70 e '80 sembrano kolossal hollywoodiani. Ed è davvero una cosa che fa montare la rabbia: immaginate cosa potrebbe fare Ivan Zuccon con un budget decoroso!

Insomma tutto questo per dire che The Nest – Il nido è un caso più unico che raro nel nostro cinema: è un film horror italiano che è riuscito ad approdare in sala, anche se l'uscita il 15 Agosto non è stata una gran mossa di marketing. Ma non solo: alle spalle non vi è nessun nome grosso, nessun Argento o Soavi o Avati, bensì un esordiente! Roberto De Feo, che debutta con questo lungometraggio dopo aver diretto alcuni corti.

The Nest – Il Nido è un enorme rimando al cinema gotico, fatto più di suggestioni e atmosfera che di spaventarelli a buon mercato (ce n'è solo uno e stona anche) ed effetti speciali esagerati. Non a caso, l'aspetto visivo più ricercato è quello fotografico (bellissimo l'uso dei colori di Emanuele Pasquet, che spesso rende le scene quasi monocromatiche, con un grande studio dell'ambiente) unito alle splendide scenografie, sia in interni che in esterni.

La storia è interamente ambientata all'interno di una gigantesca magione chiamata Villa dei Laghi, sospesa in una bolla temporale indefinita, che ricorda il secondo dopoguerra. Il podere è mandato avanti dal ferreo matriarcato di Elena (Francesca Cavallin) attorno a cui si muovono una serie di personaggi le cui intenzioni sono ambigue, di dubbia morale e trovano facile rifugio nella giustificazione di «Teniamo al sicuro Samuel».

The Nest – Il Nido è un enorme rimando al cinema gotico, fatto più di suggestioni e atmosfera che di spaventarelli a buon mercato (ce n'è solo uno e stona anche) ed effetti speciali esagerati.

Samuel è un ragazzino costretto sulla sedia a rotelle, che non esce mai di casa e il cui svago principale e suonare Beethoven al pianoforte. Tutto si destabilizza con l'entrata in scena di Denise, una sua coetanea che entra a far parte della servitù della casa, con la quale Samuel stringe subito amicizia.

Where is my mind dei Pixies è la chiave di volta dell'intera colonna sonora, perfetto esempio per mettere in scena lo smarrimento tanto del protagonista, quanto del pubblico. Perché il pregio principale della sceneggiatura di The Nest – Il Nido è proprio quello di non dare punti di riferimento e anche lo spettatore più avvezzo al genere non riesce a capire dove la storia voglia andare a parare. Il nido assume il duplice significato di luogo sicuro, ma anche così oppressivo e costrittore nei confronti di Samuel.

Da questo punto di vista il ragazzo sembra quasi un moderno Adamo costretto nell'Eden finché Eva/Denise non arriva per tentarlo con il peccato originale, che in questo caso è la proposta di fuggire.

Non è tutto perfetto: il ritmo (già lento di suo, data l'impostazione della storia) è diluito ancor di più da una durata eccessivamente lunga (107 minuti) e in parte ingiustificata. I canonici 90 minuti sarebbero stati di gran lunga un’idea migliore. Ma il risultato è comunque molto soddisfacente e il colpo di scena finale mette tutti i pezzi e i (pochi) indizi ricevuti sino a quel momento, al proprio posto.Tutto questo giudizio positivo però risente della discriminante di cui si parlava in apertura: se The Nest – Il Nido non fosse stata una produzione italiana ma un horror proveniente da oltre oceano, saremmo stati lo stesso così indulgenti?

di Marco Filipazzi
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