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Climax Recensione


Climax Recensione

Recensione Silenzio in sala
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C'è il cinema, quello mainstream che tutti conosciamo. Film più meno indipendenti, più o meno duri (sia nei contenuti visivi che nel messaggio che portano), che possono più o meno piacere al grande pubblico, ma che restano pur sempre ordinari.

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E poi c'è il cinema estremo. Ne abbiamo parlato svariate volte e in abbondanza: al suo interno vi sono interi generi e sottogeneri, ma tutto è accumunato dalla voglia di tramortire lo spettatore. Di colpire duro e lasciare un segno indelebile. Di penetrare sottopelle e rimanere lì per un po'. E lo fanno a suon di shock visivi, morali impietose e un linguaggio cinematografico azzardato e poco ortodosso. Sono la rappresentazione su pellicola delle pulsioni primordiali dell'uomo. Quelle più becere e meno umane.

Noé vuole frastornare anche la testa dello spettatore, avvolgerlo, drogarlo, trascinarlo dentro il film e fargli provare lo stesso smarrimento dei protagonisti. E ci riesce alla perfezione.

Sesso, violenza e istinto di sopravvivenza sono i tre cardini principati su cui si poggia il cinema estremo.

Gaspar Noé milita in questo sottobosco cinematografico. Irréversible ruota attorno a una lunghissima scena di stupro riprodotta come un unico, estenuante pianosequenza. Enter the Void è un trip allucinogeno e allucinante.

E anche il suo ultimo lavoro, Climax, non è da meno, risultando estremo sia sul piano della messa in scena, sia per la "storia" raccontata. Una compagnia di ballerini, alla vigilia della loro partenza per gli Stati Uniti, si ritira per tre giorni in un collegio isolato per provare il loro spettacolo e divertirsi. Dopo l'ultima sessione di prove decidono di festeggiare, brindando alla loro partenza con una squisita ciotola di sangria. Ma qualcuno ci ha sciolto dentro una notevole quantità di LSD che, una volta entrato in circolo, farà degenerare la festa in un vero inferno.

Climax si basa su un fatto di cronaca vera (che, come dichiara Noé: «è successo ed è stato immediatamente dimenticato, figuriamoci oggi, a più di 20 di distanza») avvenuto in Francia a metà degli anni '90, come ci tengono a precisare i titoli di testa. La sceneggiatura si basava su qualche articolo di giornale da quanto era striminzita (appena 5 pagine!), dando indicazioni sui personaggi solo a grandi linee e lasciando tantissimo spazio all'improvvisazione degli attori. Attori che in realtà non sono nemmeno tali: tutti i protagonisti non hanno precedenti esperienze recitative (eccetto l'attrice Sofia Boutella) bensì sono ballerini professionisti. Una scelta saggia dato che la maggior parte delle scene non prevedono dialoghi ma... diciamo linguaggio del corpo.

Il film si apre con delle videointerviste. Accanto al televisore su cui sono trasmesse vi sono accatastate due pile di film e libri. I riferimenti di Noé sono già tutti lì: da Suspiria di Dario Argento a Le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini, da La Metamorfosi di Kafka a De Profundis di Oscar Wilde. E la cosa incredibile è che tutti questi riferimenti trovano la loro giusta collocazione nei 90 minuti successivi, come se fossero in qualche modo un mega spoiler! Coordinate che servono anche a stratificare il film in modo incredibile, dando allo spettatore più attento diverse tematiche su cui riflettere e chiavi di lettura con cui interpretare alcune scene chiave. Climax è stato girato in appena 15 giorni, in ordine cronologico, quasi come un solo pianosequenza, in un unico ambiente dove il colore dominante (dal pavimento, alle luci, al sangue ovviamente) è il rosso. Non ci sono finestre, non ci sono luci esterne, solo un crescente senso di oppressione e claustrofobia. Quando la droga entra in circolo, la regia inizia a delirare inquadrando tutto dall'alto, schiacciando a terra i protagonisti, ma anche vorticando, girando, ribaltandosi. In sottofondo una colonna sonora fatta di bassi pulsanti - nei titoli di testa, che compaiono dopo 45 minuti, i nomi dei musicisti sono mischiati insieme a quelli degli attori, a sottolineare la loro importanza - grida isteriche, gemiti orgasmici, come se ci trovassimo in bilico tra un pozzo di tortura e un baccanale orgiastico. Noé vuole frastornare anche la testa dello spettatore, avvolgerlo, drogarlo, trascinarlo dentro il film e fargli provare lo stesso smarrimento dei protagonisti. E ci riesce alla perfezione.

di Marco Filipazzi
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