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Il bagno turco Recensione


Il bagno turco Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Uscito nell'ormai lontano 1996, Il bagno turco è l'opera prima di Ferzan Ozpetek, regista turco naturalizzato italiano che mostra fin dal suo esordio quanto la sua italianità non si limiti alla cittadinanza acquisita ma all'aver fatto suoi, tra l'altro, anche i pregi e i difetti del nostro fare cinema. Basato su un buon soggetto originale del regista stesso, il film racconta una storia che ruota attorno a un vecchio hamam: Francesco, architetto romano sposato ormai stancamente con Marta, scopre di averlo ereditato da sua zia, una «avventuriera italiana divenuta maitresse dei turchi», come si definisce lei stessa nelle lettere, mai spedite, che aveva scritto alla sorella.

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Voto Silenzio in Sala: 2.0/5
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Partito alla volta di Istanbul per concludere la vendita dell'immobile, Francesco rimarrà sempre più soggiogato dal carattere della città e si innamorerà di un ragazzo, mentre la moglie gli rivelerà di tradirlo da tempo; al regolamento di conti fra i due seguirà il colpo di scena dell'amaro finale.

Ferzan Ozpetek svela subito le sue carte, con le quali giocherà tutte le successive pellicole: prima fra tutte il tema dell'omosessualità, aspetto della sua vita personale che diventa decisivo nelle sorti di questa storia. Altra carta del suo cinema è il peso della sceneggiatura, del copione, e il conseguente rilievo alla performance degli interpreti (che qui diventa insopportabile): tratto che rischia di rivelarsi fatale, come spesso accade nel cinema italiano e nel suo vezzo di recitare sempre e troppo. Terza carta, la malinconia: sentimento che pervade il film e che si sente crescere nella seconda parte, nonostante si avverta la sgradevole sensazione che sia più cercata che spontanea.

Sono tutti aspetti che, insieme anche ad altri, sembrano avvicinare particolarmente il cinema di Ozpetek a quello di Pedro Almodovar, rivelando però anche la differenza di statura fra i due. E altrettanto impietoso risulterebbe il confronto, che peraltro sorge spontaneo, con Il tè nel deserto di Bernardo Bertolucci, con il quale Il bagno turco condivide il senso intimo: scoprirsi soli insieme, estranei di fronte alla novità, all'esotico. Ma Ozpetek non è nemmeno Bertolucci e la sua lontananza da casa finisce per risolversi più in una gita in stile Gabriele Salvatores. La sensazione di vedere un esempio di “banale d'autore” è proprio dietro l'angolo, rafforzata poi dalle pillole di saggezza sul senso della vita dispensate dalle lettere di Anita, dall'immancabile citazione del poeta Nazim Hikmet e dal depliant turistico della città di Istanbul. Nota di merito per il colpo di scena finale, che centra il protagonista, lo spettatore e soprattutto il film, risolvendo in parte i suoi guai.

Ferzan Ozpetek svela subito le sue carte, con le quali giocherà tutte le successive pellicole: prima fra tutte il tema dell'omosessualità, aspetto della sua vita personale che diventa decisivo nelle sorti di questa storia.

di Cristiano Salmaso
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