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L'enorme pregio di Democrazia al limite è che è un documentario schietto, sincero e schierato. La storia della famiglia della regista, Petra Costa, è la lente con la quale osservare la storia del Brasile democratico.

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Una storia cominciata nel 1985, dopo la fine della dittatura militare, più o meno negli anni in cui nasceva anche la regista: la sua storia, così, diventa quella del Brasile. La famiglia Costa ha origini molto diverse. La madre è figlia di una ricca famiglia di imprenditori, una di quelle dinastie bianche che ha costruito la propria ricchezza sullo schiavismo; il padre, invece, per anni è stato un girovago romantico, corteggiatore della libertà e dell'uguaglianza. Nel Brasile degli anni Settanta si conoscono e s'innamorano, insieme, dell'utopia rivoluzionaria che avrebbe trasformato il Paese dei militari nel Paese della democrazia.

In quegli anni a riempire le piazze è un sindacalista minuto, con una barba inconfondibile e delle maglie sgargianti come solo in Brasile. È Luiz Inácio Lula da Silva, il futuro presidente Lula, l'eroe sconfitto. Segretario del PT, il Partito dei lavoratori, Lula ha guidato il Brasile dal 2003 al 2011, dopo aver mancato l'elezione per quattro volte, dal 1989.

Il documentario non lava l'onta dei compromessi inaccettabili che hanno legittimato gli impresentabili del Psdb a sedere con il governo, le manovre di palazzo per conquistare il potere, l'accettazione delle regole immutabili della finta democrazia brasiliana.

La fine della democrazia comincia con la destituzione della sua successora Dilma Rousseff e diventa tangibile quando viene ordinato il suo arresto. Il film si apre e si chiude sulla folla di sostenitori del PT (quando Lula ha concluso il suo ultimo mandato, i sondaggi gli accreditavano un sostegno popolare all'87%, dice il documentario) che cercano invano di frapporsi tra la sede del sindacato, dove è rintanato in attesa dell'arresto.

Lava Jato, la grande inchiesta che ha travolto la stagione di Lula, doveva essere la purificazione del Paese, come Tangentopoli. Invece, proprio come in Italia, il sistema è sopravvissuto a se stesso, in forme diverse.

La corruzione è una malattia congenita del Brasile, immune a qualunque governo. Il voice di Petra Costa accompagna le immagini dall'alto di Brasilia, la capitale inventata dal nulla dai grandi costruttori brasiliani, oppure gli interni del Palácio da Alvorada, residenza presidenziale. La cronologia del racconto si ferma: la corruzione, infatti, è fuori dal tempo. È il male che divora la democrazia, compresi i sogni interrotti dei genitori della regista e l'epoca del PT, lasciando spazio all'epoca di Jair Bolsonaro, ex militare di estrema destra che non ha mai rinnegato gli anni della dittatura e che oggi sta facendo scivolare il Brasile in un autoritarismo delirante dove comandano Bibbie e fucili. Il romanzo intimo e familiare dei Costa s'intreccia perfettamente con questa epopea del Brasile. A tenere insieme il filo narrativo è la regista Petra Costa, che ha il coraggio di non tirarsi mai indietro, di apparire nel film, di dichiarare ogni momento con chi parteggia.

Proprio l'appartenenza politica le permette un accesso alle segrete stanze del potere. Il ritratto di Lula e di Dilma Rousseff sono entrambi al contempo epici (con un po' di inevitabile agiografia) e personali. Sono eroi imperfetti, che si portano appresso il fallimento di una rivoluzione a metà, ma che almeno ci hanno provato. Dilma Rousseff, in particolare, mai amata quando il suo predecessore, nel ritratto di Democrazia al limite emerge come donna tutta d'un pezzo, forgiata dagli anni della lotta clandestina e della prigionia. Le affinità biografiche che la legano alla madre di Petra Costa – anche lei appartenente ai gruppi clandestini di sinistra negli anni della dittatura, anche lei prigioniera - la rendono anche per lo spettatore una figura materna, magari parsimoniosa nel concedere affetto, severa, restia a concedere la propria indipendenza e a volte difficile da capire, ma in fondo buona. Deposta dopo l'impeachment, Rousseff ha dovuto soccombere di fronte a una pletora di uomini che voleva usarla per colpire il bersaglio grosso: Lula.

Nonostante questo sguardo più indulgente, non c'è assoluzione nemmeno per i politici del PT: il documentario non lava l'onta dei compromessi inaccettabili che hanno legittimato gli impresentabili del Psdb a sedere con il governo, le manovre di palazzo per conquistare il potere, l'accettazione delle regole immutabili della finta democrazia brasiliana, come il finaziamento dei grandi gruppi imprenditoriali. Di fondo resta l'amara considerazione che il futuro del Brasile è destinato alla regressione dello spazio democratico.

di Lorenzo Bagnoli
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