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Fulci for fake Recensione


Fulci for fake Recensione

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Ci sono registi che hanno scritto la storia del cinema italiano. Sono quelli del secondo dopoguerra, quelli del Neorealismo e dei film d'autore (e che, con il senno di poi, sono stati il "male" del nostro cinema di genere): i vari Rossellini, Visconti, De Sica ma anche Antonioni e Fellini.

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E poi ci sono registi che, nonostante gli sforzi, sono sempre stati bistrattati nel nostro paese, i cui film solo in pochissimi casi hanno raggiunto la sufficienza dalla critica. Erano etichettati come artigiani, che trattavano il cinema come un mestiere e non come un'arte. Registi che si erano allontanati dal Neorealismo e dalle commedie, esplorando altri generi, battendo strade nuove che pochissimi (come Mario Bava o Riccardo Freda, ad esempio) aveva mai battuto prima. Spingendosi oltre e alzando in continuazione l'asticella. Sono tanti, troppi per essere citati tutti senza far torto a nessuno, ma tra loro vi è un nome che senza dubbio svetta più di altri. Un nome che è noto in tutto in mondo, che ha influenzato il lavoro di molti registi suoi contemporanei e che, in seguito (più all'estero che in Italia, ovviamente) è stato un punto di riferimento per almeno altre tre generazioni di cineasti. Lucio Fulci.

La morale del film è che forse è inutile cercare di capire Lucio Fulci. Per lui parlano i suoi numerosi film (oltre 60 diretti in carriera) e magari, nascosto in ognuno di essi, vi è un frammento di verità. Basta solo imparare a riconoscerlo.

Il poeta del macabro. Il padrino del gore. Il terrorista dei generi. Un nome che ancora oggi, nonostante l'enorme rivalutazione che nell'ultimo decennio è stata fatta (di lui e di altri maestri-artigiani) e nonostante le lodi dei vari Quentin Tarantino, Joe Dante, Sam Raimi, da noi è ancora perlopiù dimenticato.

Perciò, quando nel dicembre 2018 iniziò a circolare la voce che Simone Scafidi stesse girando un biopic su Lucio Fulci, tutti gli appassionati andarono in fibrillazione. Ancor di più quando venne annunciato che il film, dall'azzeccato titolo Fulci for fake, sarebbe stato presentato alla 76esima Mostra del cinema di Venezia (qui Scafidi si è presentato sul red carpet con un pugno di zombie al seguito... geniale!).

Ghettizzare Fulci solo per i suoi horror, quando in carriera si è cimentato in praticamente ogni genere è ingiusto, ma è anche vero che titoli come Zombie 2, L'Aldilà o Lo squartatore di New York sono quelli che l'hanno reso leggendario. E come ogni leggenda che si rispetti, il confine tra realtà e mito è confuso, sfuocato; ancor di più se il personaggio in questione aveva la tendenza a "distorcere i fatti". In altre parole, Fulci era un narratore e il primo su cui gli piaceva inventare storie era se stesso.

Non era quindi un'impresa da poco costruire una biografia partendo da presupposti così incerti. Quella che Scafidi porta sullo schermo è un’operazione scaltra, di cui la scena iniziale ne è una perfetta semplificazione. Vediamo l'attore Nicola Nocella nei panni del regista romano: un Lucio Fulci presentato al pubblico come compariva nel suo Un gatto nel cervello (di cui era regista e attore, un esperimento che, in campo horror, ha anticipato di quasi un decennio il meta-cinema) che, finito di dirigere/recitare una scena, si mette davanti allo specchio del suo camerino. Lì inizia a strapparsi il trucco, scarnificandosi il volto come uno zombie. È la verità dietro il muro di menzogne che Fulci stesso ha eretto attorno a sé, il seme che ha dato origine al mito. È il punto zero da cui Nocella (e Scafidi ovviamente) decide di iniziare a scavare nel passato del regista per poterlo interpretare al meglio: intervista parenti e collaboratori di vecchia data per cercare di capire chi si celasse davvero dietro quel nome. Chi era Lucio Fulci?

Fulci for fake (capite ora perché non esisteva titolo più azzeccato di questo?) diventa quindi uno strano ibrido tra il videoritratto, la biografia e un film di fiction. Attraverso le parole delle persone che gli sono state più vicine emerge lentamente il profilo dolce-amaro di un regista burbero e burlone, innamorato della vita eppure da essa costantemente maltrattato. Un regista dalle enormi doti tecniche che non ha mai ricevuto dai suoi contemporanei il merito che così ardentemente bramava. A parlare dell'aspetto più professionale vi sono i suoi collaboratori storici, dal direttore della fotografia Sergio Salvati, al compositore Fabio Brizzi, all'attore Michele Soavi fino a Michele Romagnoli, che fu il primo a scrivere un libro "biografico" su Fulci, L'occhio del testimone, incaricato dallo stesso regista.

Ma quello che più colpisce è l'affresco della sua vita privata (le fotografie e i video privati che la famiglia Fulci ha messo a disposizione per il film sono di certo la parte più affascinante, che riesce a commuovere i veri appassionati del regista) in cui l'amore per il cinema era onnipresente, quasi come se fosse un ossessione. Attraverso le parole delle figlie Antonella e Camilla (a quest'ultima, scomparsa nel marzo 2019, è dedicato il film), ma anche del regista Enrico Vanzina (Fulci a inizio carriera è stato uno dei collaboratori più stretti di Steno) si delinea una figura molto distante da quella del "Fulci sul set". Un uomo che è sempre stato inseguito dalla sfortuna, la cui gioia di vivere è stata soffocata dalla vita stessa e la cui rabbia per tutto ciò si è riversata sullo schermo, prendendo forma negli incubi su celluloide che ora noi tutti conosciamo. Ma la morale di Fulci for fake è che forse è inutile cercare di capire Lucio Fulci. Per lui parlano i suoi numerosi film (oltre 60 diretti in carriera) e magari, nascosto in ognuno di essi, vi è un frammento di verità. Basta solo imparare a riconoscerlo.

di Marco Filipazzi
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