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City of Ghosts Recensione


City of Ghosts Recensione

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City of Ghosts è la storia del gruppo di ragazzi che ha fondato Raqqa is Being Slaughtered Silently (Rbss), Raqqa è stata massacrata in silenzio, il sito di giornalismo civico che ha permesso al mondo intero di conoscere cosa stesse succedendo nei territori controllati dall'Isis. Raqqa è la città della Siria settentrionale che fino al dicembre del 2017, il momento in cui è stata liberata, faceva da capitale allo Stato islamico.

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Crocifissioni, esecuzioni, torture in piazza: le immagini raccolte dal gruppo di citizen journalist - i ragazzi non avevano nulla a che fare con il giornalismo, ma sentivano il dovere di fare qualcosa di diverso da imbracciare le armi – sono un rosario di atrocità e barbarie. Risuonano nella memoria di tutti gli spettatori che abbiano seguito un po' di cronaca negli anni passati. L'immaginario dello Stato islamico ce l'hanno costruito anche loro, raccogliendo testimonianze che a molti sono costate la vita. Questi filmati hanno una potenza iconica che li rende un'incancellabile traccia nella storia contemporanea. Raccoglierle attraverso una rete di corrispondenti locali e diffonderle mediante una redazione virtuale, sparpagliata in mezzo mondo, sono due atti di guerriglia che sono costati al gruppo la controffensiva di Isis. Se però, a un certo punto la comunità internazionale, è intervenuta a Raqqa è stato anche perché qualcuno aveva mostrato al mondo cosa stesse succedendo.

Tutto questo definisce l'importanza intrinseca di City of Ghosts, un documentario che merita di essere visto. Prodotto e diretto da Matthew Heineman, disponibile su Amazon Prime Video, il film ha ottenuto 35 nomination a svariati premi come miglior documentario tra il 2017 e il 2018.

La storia del gruppo di ragazzi che ha fondato Raqqa is Being Slaughtered Silently (Rbss), Raqqa è stata massacrata in silenzio, il sito di giornalismo civico che ha permesso al mondo intero di conoscere cosa stesse succedendo nei territori controllati dall'Isis.

Il film si apre e si chiude con uno dei tanti momenti in cui Rbss è stato ufficializzato come prodotto dall'altissimo valore civile: la circostanza è la sua premiazione come media che si è distinto per la difesa della libertà di stampa; tale importante riconoscimento ogni anno viene consegnato a New York dal Comitato per la protezione dei giornalisti, “la Croce rossa dei giornalisti”, come l'ha definita l'American Journalism Review.

Matthew Heineman ha avuto, per il documentario, pieno accesso alle vite di Aziz, Mohammed, Hamoud, Hassan e degli altri componenti della rete. Le loro non sono interviste, ma confessioni. E non c'è consolazione nel fare la cosa giusta, nel riconoscimento del valore delle proprie imprese.

Il dolore resta immutato e la telecamera, in modo a volte anche troppo insistente, indugia a farne vedere ogni traccia: negli occhi, nel tremolio delle mani, nella bocca serrata. La testimonianza più dura è quella di Hamoud e Hassan, due fratelli il cui padre è stato assassinato dai macellai dell'Isis proprio per persuadere i figli a deporre le armi (nel loro caso le telecamere). Il video dell'esecuzione circola come video di propaganda, come monito verso chi osa sfidare la narrazione del grande Stato islamico.

È opprimente come la paura della morte possa arrivare ovunque, da Raqqa a Gaziantep, oltre il confine turco, fino a Berlino. Eppure ci sono momenti di vita, come la nascita del figlio di Hamoud o la vita di coppia di Mohamed, in cui sembra possibile pensare che si possa aprire un capitolo dopo la guerra, lontano da dove si è nati e dove si è, in fondo, anche morti. La forza delle immagini di vita quotidiana dei ragazzi di Rbss, però, non è sufficiente a costruire un arco narrativo. Il difetto principale del documentario è che, alla fine, risulta solo una giustapposizione di episodi estrapolati dalla storia complessiva del gruppo senza una vera e propria chiave di lettura.

Anche la resa delle storie dei protagonisti non è sempre ben riuscita. Il caso di Aziz, il portavoce, è il più emblematico: il ragazzo, volto pubblico di Rbss, risulta alla fine una maschera del dolore universale della guerra, una figura ridotta a sola sofferenza. L'epilogo, con la telecamera che non gli lascia tregua nemmeno quando è colto dagli spasmi mentre cerca di fumare una sigaretta, risulta un po' stucchevole. Si sarebbe potuto cercare, invece, nelle tracce di vita che si colgono nel film i momenti di riscatto di chi ha rinunciato tutto ma alla fine è morto solo simbolicamente a Raqqa. Invece il racconto di guerra abbatte ogni possibile complessità umana.

di Lorenzo Bagnoli
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